… E altre storie

sabato 12 dicembre 2015

DI CORSA PER TELETHON


Oggi alle h. 15.00 comincerà la 17a Staffetta Telethon 24 per un'ora che si concluderà domenica 13 dicembre alla stessa ora.
11.000 le persone coinvolte: ben 393 squadre partecipanti e 1.600 ragazzi delle scuole friulane che stamattina alle 9.30 hanno dato il via all' 11esima Staffetta Giovani.
Tutti uniti all'insegna della solidarietà e della corsa ... Non poteva mancare Asd Bavisela presente con 24 dei suoi atleti che si alterneranno ininterrottamente nel corso delle 24 ore.
La manifestazione promuove la raccolta fondi a favore della ricerca scientifica per le malattie genetiche rare ... Un fine settimane diverso per aiutare e sostenere chi è meno fortunato di noi.





sabato 5 dicembre 2015

RIENTRO IN ALBERGO



E poi?
Poi succede tutto insieme: mi mettono la medaglia al collo, mi coprono con un poncho, mi fotografano.


Non puoi fermarti, non puoi tornare indietro. Siamo tutti gentilmente incanalati verso l'uscita del parco. Mentre cammino con il sorriso stampato sulla faccia vedo dei medici che portano a spalla un runner; altri che chiedono strada per soccorrere qualcuno che è scivolato sulle sue gambe; amici che si sorreggono a vicenda. Mi indirizzano verso un pannello blu per la foto di rito con la medaglia e ricordo che ho chiesto: " Some water, please " .


Mi fanno cenno di continuare e dopo pochi passi mi mettono in mano una borsa con dei generi alimentari. Mi allontano ancora un po' e mi siedo: appoggiata a una transenna con il mio poncho, la mia medaglia e il mio sorriso prendo una bibita per reintegrare le proteine e mi godo lo spettacolo che mi passa davanti.
Sembrano tanti reduci che hanno vinto una guerra: qualcuno è ferito, ma non ci fa caso. Hanno tutti un cuore pieno di emozioni da raccontare. Sono scompigliati, sudati, spettinati ... ma hanno tutti la loro medaglia al collo.
Ho un ultimo compito: rientrare in albergo. Ieri sera mi sono messa in tasca un biglietto della metropolitana: " Qualunque cosa ci troviamo in albergo".
So che a pochi metri c'è Gianni e con lui Rita, Micol, Rado, Sandra, Pino, ma impossibile pensare di trovarci.
Non ho il telefono con me e quindi non posso fare quello che più desidererei fare adesso: chiamarlo, chiamare casa, parlare con tutti per dire che ce l'ho fatta.
Il mio "Sognando New York" è realtà, una bellissima realtà.
Riprendo a camminare per raggiungere la metro e tornare in albergo: sono solo due fermate, ma passano parecchi minuti prima di uscire da Central Park e ci vorrà un'ora per arrivare in albergo. All'uscita del parco buttiamo il primo poncho  per indossarne uno blu, molto più caldo del primo: pile all'interno e impermeabile all'esterno.




La folla dei runners comincia a sparpagliarsi, ognuno nella sua direzione, ma il pubblico di New York non ci abbandona ancora: per strada, sui marciapiedi, ai semafori mi salutano, mi sorridono, mi dicono "Brava ", "Good job",  mi chiedono che tempo ho fatto, da che Paese vengo e quando dico che è la mia prima maratona se ne escono con un "Super" che mi fa pensare di aver fatto veramente qualcosa di speciale.
In albergo trovo finalmente alcuni dei miei amici nella hall che mi comunicano il mio Official Time: 4 h. 43' 05"e si complimentano con me perché ho mantenuto un andatura costante per tutta la corsa.
Una foto, uno scambio di battute, ma è il momento di salire in camera.


Apro il telefono e trovo già due messaggi dall'Italia: i miei genitori e mia sorella.
"Complimenti, sei stata bravissima!!!" "Sei forte!".
Ma come fanno a sapere che sono arrivata?
Li chiamo subito: sento la loro gioia, la loro emozione. Con la apple della NYC Marathon, inserendo il mio numero di pettorale, hanno seguito in diretta dall'Italia il mio puntino arancione che si muoveva lungo la mappa del percorso.
La soddisfazione dei miei genitori è la mia soddisfazione, la loro gioia la mia gioia e quel giorno so di aver regalato loro dei bei momenti.
Arrivano i primi messaggi e i complimenti si sprecano: grande, forte, brava, fantastica ... sono tutti
orgogliosi di me. 
La giornata non è ancora finita: stasera tutti a cena insieme per festeggiare e per festeggiare anche Fabio che oggi ha compiuto cinquantanni: cinquantanni e Maratona di New York lo stesso giorno, scusate se è poco!
Ci riuniamo intorno a un tavolo: runners, accompagnatori, stampa. Brindiamo, ridiamo, raccontiamo, ancora non abbastanza stanchi....
La mattina dopo mi sveglio prestissimo,con l'adrenalina ancora in circolo; scendo piano ma prima di far colazione esco. In una via di New York, nell'umidità del mattino perché nella hall il cellulare non ha campo, chiacchiero a lungo con mia madre perché oggi è il suo compleanno: le racconto della corsa, della gioia, della gente, della soddisfazione, di come tutto sia bello dall'altra parte dell'Oceano dove lei non è mai stata. Scopro che quella notte il papà era così contento e emozionato da non riuscire a prendere sonno. Mi sento dire ancora una volta che sono stata brava e questa è la mia vittoria più grande.
Faccio pochi passi: all'angolo c'è la sede del New York Times. Secondo la tradizione oggi il giornale è uscito con un inserto speciale sulla Maratona e pubblica i nomi di tutti quelli che l'hanno conclusa sotto le cinque ore.


Sfoglio le pagine in cerca del mio nome: eccolo là, piccolissimo:
Lugnani, P., 53 F  ................. 04:43:05
Ma la vera sorpresa è vedere la posizione.



Abbiamo ancora poche ore da trascorrere a New York ...
L'ultimo appuntamento di questa trasferta è a Times Square per la foto di gruppo con la medaglia.



Siamo tanti puntini azzurri nelle piazza che più di ogni altra rappresenta il consumismo americano con i suoi numerosi e grandi cartelloni pubblicitari animati e digitali ed evidentemente non passiamo inosservati perché ad un certo punto sento una voce alle mie spalle:
" Ma tu non sei Paola?"
Mi giro con tutto il mio stupore
"Mi riconosci?"
"Francesco? Francesco del Gruppo Bat??  Non è possibile!".
Francesco l'ho conosciuto in facebook perché fa parte di un gruppo che ha partecipato alla Maratona di New York.
Ci siamo seguiti durante questi mesi: lui il mio blog ed io la sua pagina facebook, condividendo allenamenti e gare ed oggi anche la grande emozione che New York ha saputo darci.
Mi sembra giusto chiudere questo racconto con la fotografia di Francesco e mia sulla scala di Times Square.



"Sognando New York - la mia prima maratona" tornerà con altri racconti, altre esperienze "di corsa"e magari, in primavera, con un'altra maratona.

martedì 24 novembre 2015

42 CHILOMETRI DI PURA GIOIA


Eccomi finalmente sulla rampa del ponte di Verrazzano ad affrontare con la gioia nell'anima la prima salita di questo lungo percorso. Siamo in tanti qui, storditi dalle emozioni, ad avanzare circospetti in attesa che la folla sfolli, che la mente si concentri e che le gambe comincino a girare.
Foto di gruppo, selfie, in bocca al lupo si rincorrono. Sarà così per tutta la prima metà del ponte: uno sguardo allo skyline di New York alla mia sinistra e l'altro ai compagni che già cominciano a disperdersi. In cima alla salita abbandono la tuta sulla balaustra centrale e mi ritrovo sola, in mezzo a migliaia di volti nuovi. Mi giro un paio di volte, ma ormai è chiaro che proseguirò la mia gara senza i miei amici: è giusto così, ognuno con il suo passo.
E' lungo il ponte di Verrazzano, qualcosa più di quattro chilometri: il tempo necessario per trovare la propria andatura e prepararsi ad affrontare l'ignoto: il bagno di folla di Brooklyn. Per quanto tu sappia cosa ti aspetta per averlo letto in tanti racconti, è impossibile da immaginare e ti stupisci comunque.
Il popolo di New York è lì e sarà ancora lì, più numeroso, più caloroso, più variopinto che mai lungo tutto il percorso fino a Manhattan.
Il popolo di New York diventerà il tuo referente, il tuo accompagnatore, il tuo sostegno, il tuo conforto. Sostituirà i tuoi amici, i tuoi parenti, diventerà il tuo compagno da ora fino al traguardo e oltre, fino al rientro in albergo, fino al giorno dopo quando ti vedrà girare per la città con la medaglia al collo ed ancora ti dirà, attraverso la voce di un uomo qualsiasi, "you have a good job" e tu sentirai di aver fatto qualcosa di importante.


Mi sono iscritta alla maratona di New York a febbraio dopo aver corso un'unica mezza maratona conclusa a fatica dopo 2 h. 32'; sul modulo d'iscrizione bisognava riempire uno spazio con il proprio miglior tempo sulla maratona o, non avendone mai corsa una come me, il tempo previsto.
Ho scritto un ottimistico-prudenziale 5 h.00' senza sapere se sarei riuscita ad allenarmi e soprattutto come.
Malgrado la gente, l'entusiasmo, la curiosità cerco di non strafare: affronto la salita con prudenza salvo poi lasciarmi andare quando comincia la discesa. Mi sento bene (e come potrebbe essere altrimenti?) e corro tranquilla: un'occhio al cronometro e due alla folla intorno a me.
Arriviamo a Brooklyn e il boato nonostante tutto ci sorprende: due ali di folla festante. Ma da quanto tempo sono qui?
Incitano tutti con lo stesso entusiasmo: chi è passato prima di me e chi passerà dopo. Per loro non ha importanza il tempo che impiegherai: al di là di tutto c'è il rispetto per quello che stai facendo.
Leggo cartelli come "You inspired me" o "Great job random stranger".
Ti stai mettendo in discussione, fai fatica e sei venuto a farlo nella loro città; il loro applauso è ininterrotto.
Uomini, donne, bambini, vecchi; bande musicali, cori gospel, gruppi rock.
Chi non suona ti incita: se legge il tuo nome sulla maglia ti chiama a gran voce : "Go Paola, go".
I bambini ti chiedono il cinque "Give me five".
Gli adulti ti gridano "Ciao Italia".
Mi guardo in giro e corro, corro, corro.


Non mi fermo. Mantengo il mio passo.
Di tanto in tanto guardo il cronometro: gambe e mente perfettamente in sintonia attraverso il mio Garmin. Voglio mantenere un'andatura costante e ogni mezzora riaggiusto il tiro: rallento se sto andando un po' troppo forte; accelero se sono un po' sotto la media che mi sono data: quarantadue chilometri sono tanti e voglio correrli tutti.
Arrivo al traguardo della mezza; me ne accorgo perché gli altri davanti a me alzano le braccia in un urlo unanime e liberatorio: fin qui è fatta, siamo a metà strada.
Il mio tempo è 2 h. 17': so che non serve raddoppiare per calcolare il tempo d'arrivo della maratona perché il cammino è ancora lungo e su tutti incombe l'incertezza del "muro", ma sono in linea.
"Calma e continua così" penso.
Dopo 24 km. si avvicina il temuto Queensboro Bridge: circa 800 m. in salita. Questo è l'unico tratto dove non c'è pubblico. Dopo tanto vociare siamo circondati dal silenzio: posso sentire il respiro affannoso di chi mi corre a fianco e il rumore del vento. Tanti camminano fin dai primi metri, alcuni si fermano a fare stretching, altri cominciano a cedere e li vedo vomitare appoggiati alle strutture in ferro.
Rallento. Gli allenamenti in salita sul Carso hanno aiutato, ma è comunque faticoso. I più spavaldi si fermano per fare delle foto. Sfioro gli 8' a chilometro, ma ormai sto per arrivare in cima ed ecco che all'improvviso comincia la discesa: mollo, felice di avere superato quello che è uno dei punti più critici della gara.
La gioia mi fa aumentare la velocità: quando esco dal ponte il fragore del pubblico è enorme e le gambe volano da sole.
Siamo a Manhattan: inizia la First Avenue.
Da qui in avanti ci sono ancora più folla, più tifo, più colori.
La gente non smette di incitare; talvolta si rivolge proprio a te e ti chiama per nome e tu non capisci perché stiano chiamando proprio te, ma è così ed è bellissimo che sia così: e allora saluti, alzi le braccia, fai segno che tutto è ok e corri, corri, corri.
Alcuni agitano una gigantografia del volto del loro runner, altri semplicemente sollevano dei cartelli con il nome; lo chiamano a gran voce e lo cercano nella folla e tu che corri là in mezzo vorresti essere lui e godere di quell'abbraccio particolare. Comunque sia vai avanti perché il calore di questo pubblico è enorme e racchiude tutti.


Ogni tanto qualcuno si incontra e allora la gioia esplode: tanta, esagerata. All'improvviso vedi un runner davanti a te che corre verso il bordo della strada con le braccia alzate urlando parole che non riesci a cogliere; e vedi tre, quattro, cinque persone che lo circondano, lo abbracciano, gli danno pacche sulle spalle; si baciano, si fotografano, qualcuno si commuove prima che l'eroe li saluti e riprenda la sua corsa.
Tra di noi ci sono tantissimi che corrono in nome delle Charities: "Team for kid",  "For Parkinson's research" e tra di essi spiccano le maglie arancioni con la scritta "Imagine a word without cancer" : la Maratona di New York è anche questo!
E poi ci  sono i volontari, un esercito intero. Sono lì per te anche loro: ti danno da bere e non solo. Ti osservano, ti sostengono, ti incitano a loro volta pronti a intervenire in caso di bisogno perché più di qualcuno purtroppo comincia a vacillare.


Guardo l'orologio: sto correndo da tre ore, impossibile! Il tempo è trascorso troppo in fretta: tre ore di gioia e di divertimento senza sentire la minima fatica, semplicemente felice di essere lì.
La First Avenue sembra non finire mai: cinque chilometri di saliscendi, ma non li avverto: sono troppo concentrata ad ascoltare il mio corpo che per fortuna continua a rispondere bene.
Mi sto avvicinando al "muro" del trentesimo chilometro.  La gente lo sa e, se possibile, ci sostiene ancora di più: offre pezzi di cioccolata e di banana; un signore distinto regge un vassoio pieno di caramelle; una ragazza tende una scatola di kleenex: tutti vogliono dare il loro contributo. Non mi fermo, mi basta l'acqua dei ristori ufficiali: uno sì ed uno no; il primo sorso per sciacquare la bocca, il secondo per bere. Unica concessione un integratore di malto più carbo gel al ventinovesimo chilometro per riequilibrare le scorte di carboidrati.
Finisco la First Avenue, attraverso il Bronx e poi Haarlem. Da qui non mi resta che raggiungere Central Park e sono arrivata.


Al trentaseiesimo mi vengono in mente le parole del mio allenatore: "Quando arrivi al trentaseiesimo chilometro, massimo al trentottesimo, molla tutto: dai tutto quello che puoi, non risparmiare perché non ha più senso".
Sono passate quattro ore: ho corso nove chilometri ogni ora, costanti. Provo ad accelerare; recupero 16" nel trentasettesimo, ma li riperdo nel trentottesimo perché impegno un'altra lenta salita e le gambe cominciano ad essere più stanche della mia mente.
Nel trentanovesimo scendo di nuovo e al quarantesimo guadagno altri 15" a chilometro.
Ormai sono dentro Central Park; ho oltrepassato la linea del 25° miglio; cerco di spingere ancora.
C'è troppa gente e non riesco a passare, ma recupero altri 8".
Corro in mezzo a due ali di folla; adesso al bordo della strada ci sono le bandiere di tutti gli stati: poche decine di metri, forse duecento. Non vedo l'arrivo. Non vedo niente: solo la strada mezzo metro davanti ai miei piedi. E' il momento di prendere la mia bandiera. Me la sono avvolta intorno alla vita stamattina alla cinque e lì e rimasta fino a poco fa. Mentre affrontavo gli ultimi sforzi ha cominciato a scivolare perché il nodo era diventato troppo largo: segno inequivocabile della mia fatica ... ma adesso la sto sciogliendo. La sollevo sopra le spalle. Corro gli ultimi metri e attraverso il traguardo.


Ce l'ho fatta!
                                                                                                                             (continua)












giovedì 19 novembre 2015

L'ATTESA


Raccontare della mia gara avrebbe dovuto essere un momento pieno di allegria invece, anch'io come tanti, sento la tristezza, l'incertezza, lo stupore per quello che è successo a Parigi pochissimi giorni fa. Come posso celebrare la gioia, l'entusiasmo, la voglia di vivere e di fare quando troppe famiglie sono in lutto e quando intere popolazioni sono scosse dalle immagini della carneficina; quando la vita di persone uscite per divertirsi a un concerto, allo stadio, a cena è stata interrotta in modo così improvviso e crudele.
Ho vissuto alcuni giorni con questa amarezza nell'anima, ma oggi sono fermamente convinta che il modo più corretto per onorare questi morti è proprio quello di acclamare la Vita vivendo ogni giorno con consapevolezza, respirando a pieni polmoni quello che ci viene offerto e lottando per migliorarlo.

Ed ecco quindi il racconto della mia corsa.
La notte, la vigilia della gara, dormo pochissimo, ma pur sempre un po' di più di quello che temevo. Sveglia alle 4.30, ritrovo per la colazione alle 5.00 e partenza con il pullman alle 5.30: questo il programma.
Alle 3.30 in realtà, dopo essermi svegliata già almeno un paio di volte, sono pronta per alzarmi ma riesco a resistere sotto le coperte un'altra mezz'ora prima di scendere per la colazione.
La sala é piena di runners: nonostante l'ora sembrano tutti molto svegli.
Scambio due parole con il mio vicino di tavolo che, guarda caso, si lamenta di non aver chiuso occhio. Faccio una colazione super energetica e alle 5.25 sono pronta nella hall con il resto del gruppo per la foto di rito.


... Ma è quando abbraccio Sandra che mi sale un nodo in gola, un nodo così grande che non fa uscire il fiato tanto che faccio un respiro profondo ed un altro ancora prima di riuscire a rispondere all'appello della hostess che controlla la lista dei partecipanti . E nella notte ancora buia, stringendomi al petto due vecchie felpe extra large che avrei indossato più tardi a Staten Island per proteggermi dall'umidità del primo mattino, percorro il corridoio del pullman con le lacrime che scendono senza che io riesca a trattenerle.
Piango perché sono felice. Tanto, tantissimo felice. In quel momento ci sono solo io, sto scommettendo su me stessa e sono certa solo di una cosa: voglio vincere.
Ecco, finalmente ho rotto la tensione: d'ora in avanti sarà puro divertimento, appagamento, serenità, soddisfazione, curiosità, gioia.
Arriviamo a Staten Island che non è ancora giorno: decine e decine di pullman che accostano, fanno scendere i runners e ripartono mentre noi iniziamo una lenta processione che, attraverso i metal detector, ci incanala progressivamente sino a condurci ognuno al proprio villaggio: arancione, verde o azzurro, come indicato dal nostro pettorale.
La sensazione già provata di trovarmi dentro un'organizzazione perfetta si riconferma subito: nessuna sbavatura, tutto gira in sincronia.
All'interno del villaggio non manca niente: assistenza medica, servizi sanitari, bevande calde e fredde, integratori, dolci; ci regalano un cappello, arancione come il nostro villaggio, che si rivelerà utilissimo.


Ho davanti più di tre ore prima della partenza eppure il tempo passa veloce: mi prendo del thé caldo e una specie di panino farcito con l'uva passa che divoro nonostante ho mangiato da poco.  Decido di non girovagare troppo per non sprecare energie e mi accomodo su uno spesso strato di paglia che hanno predisposto per permetterci di riposare all'asciutto.  Osservo la gente più disparata che piano piano si sta accalcando intorno a me. La tradizione vuole che prima di partire i runners si spoglino degli indumenti pesanti e li abbandonino in beneficenza raccogliendoli in grandi ceste blu. In mezzo a vecchie tute e piumini passeggia una signora avvolta in una vestaglia rosa e un ragazzo che sfoggia un cappotto vintage e persino alcuni amici che si proteggono indossando tute bianche da lavoro.




Gli elicotteri girano sopra la nostra testa, la luce comincia a schiarire, i runners continuano ad aumentare. L'inno americano mi coglie di sorpresa, la prima wawe sta partendo: due colpi di cannone. Sbircio tra la folla e quello che riesco a vedere sono migliaia di puntini colorati, uno vicinissimo all'altro che creano una specie di onda in movimento. Sembra un tutt'uno compatto, un grande serpente amico che si snoda attraverso il ponte.


L'eccitazione aumenta: tra un'ora sarò anch'io finalmente su quel ponte. Hanno aperto il corral: abbandono un po' di indumenti e mi dirigo verso la lettera D.
Ora siamo tutti in piedi, spalla contro spalla: italiani, tedeschi, americani, francesi, brasiliani, asiatici, C'è chi ha già partecipato e chi è alla prima esperienza: tutti ugualmente emozionati. Avanziamo poco a poco; quando ci avviciniamo alla base del ponte comincia il cordone di poliziotti: ci sorridono, ci augurano good luck, qualcuno si fa fotografare.
Fa impressione essere lì: un puntino colorato in mezzo a migliaia di puntini colorati, uguali eppure unici.
Sono le 10.35, mancano cinque minuti alla partenza; preparo il cronometro; alle 10.38 parte l'inno americano; il cronometro ha fatto fatica a trovare il satellite, ma ora è pronto per lo start.
Alle 10.40 in punto sfuma l'inno, esplodono due colpi di cannone e parte la musica assordante: adrenalina si somma a adrenalina, ma possiamo solo camminare lentamente verso il gonfiabile. Ci vogliono alcuni minuti per raggiungerlo, forse dieci; la musica si disperde nell'ampio spazio: sulle note di "New York New York"  comincio la mia lunga corsa attraverso i cinque quartieri della Grande Mela.





  



giovedì 12 novembre 2015

IN VIAGGIO PER NEW YORK


Giovedì 29 Ottobre alle 08.00 inizia il viaggio che ci porterà da Trieste a Venezia, a Londra e finalmente a New York.
Non vedo l'ora di correre, anche se non oso confessarmelo.
Va tutto bene; arriviamo puntuali e adrenalinici nella Grande Mela.
Sono a New York: la città che da ragazza mi faceva fantasticare, dove sono stati girati film bellissimi ed indimenticabili. Le luci, il traffico, i grattacieli, i taxi gialli, le macchine enormi, i baracchini con gli hot-dog ad ogni angolo di strada, i negozi che occupano palazzi interi ... Immagini di una città che per certi versi mi sembra già di conoscere.
Dal momento in cui lascio il pullman, ultimo rifugio sicuro intorno a me, mi sembra che la mia testa sia avvolta dentro una grande bolla d'aria.  Perché si  dissolva dovrò aspettare domenica mattina quando oltrepasserò la linea di partenza del Ponte di Verrazzano sulle note di "New York New York".
Ho vissuto due giorni in cui corpo e mente non sono più in sintonia, spettatrice degli eventi di cui sono protagonista.
Mentre passeggio, mangio, cerco di scoprire e di appropriarmi un po' di questa città, un pensiero mi attraversa ricorrente il cervello: talvolta improvviso e inaspettato, talaltra evocato e cercato.
In questa alternanza di richiamo e di allontanamento tutto è fluttuante e inafferrabile, meno uno cosa: domenica 1 Novembre: la partenza, la gara, il traguardo.

Il primo appuntamento è al Villaggio Maratona per il ritiro del pettorale. Un'organizzazione perfetta e inappuntabile; l'incontro con i volontari che ci assisteranno anche nei giorni successivi: sorrisi, incoraggiamenti, disponibilità e efficienza, tanta efficienza.
So già qual è il mio numero: me lo hanno comunicato prima di partire e non poteva essere numero più bello: 46209.


Quattro - Sessantadue - Zeronove.
Sessantadue: il mio anno di nascita.
Zeronove: il mio mese di nascita.
Quattro: il desiderio che si sta trasformando in pronostico. L'obiettivo di finire la maratona in cinque ore con quel numero quattro all'inizio del pettorale mi trasmette fiducia.
L'imponenza del Villaggio invece mi fa venir voglia di fuggire via, di allontanarmi alla ricerca di un po' di quiete: cosa meglio di una corsa?


Raggiungo Central Park South nella zona di arrivo della maratona.
Moquette, bandiere, transenne, addetti che si agitano in tutte le direzioni per completare gli ultimi allestimenti.
Decido di dirigermi verso un'area meno affollata del Parco.
Inizio a correre, ancora un po' rigida per il lungo viaggio e stordita dal fuso orario. Mi allontano dalla confusione per poi ripiegare dopo un paio di chilometri verso un percorso più affollato dove ai lati spicca la scritta "Route marathon" e comincio a seguirla. Le gambe avanzano da sole mentre percorro gli ultimi cinquecento metri in salita  prima della finish line e vedo, finalmente dal vivo dopo averlo immaginato decine di volte, il traguardo di quella che da lì a due giorni sarebbe diventata la mia prima maratona.



Per stemperare la tensione e rompere l'immobilità  dell'attesa sabato mattina acquisto un "sightseeing" per Manhattan: Times Square; Madison Square Garden, Empire State Building, Fifth Avenue, Gran Zero ...
Lasciata alle spalle l'atmosfera emozionante e surreale di Gran Zero passo a quella goliardica del Toro di Wall Street dove i turisti sostano per farsi fotografare toccando come buon auspicio la statua.
Davanti a me quattro giovani runners francesi si mettono in posa ... Scaramanzia vuole che anch'io mi inginocchi per la foto di rito.


Appena il tempo di rientrare ed inizia la riunione tecnica prima della gara.
Saluti, presentazioni, consigli, applausi, in bocca al lupo ... sembra tutto maledettamente semplice; centinaia di runners, in prevalenza uomini, mi appaiono come tanti Iron Men: sicuri e irraggiungibili. Mancano poche ore ormai e sento che la mente gira a vuoto: più mi sforzo di concentrarmi e cerco di trovare un punto fermo da cui ripartire, più mi sento vagare tra le nuvole.
Ancora un appuntamento: il "Pasta Party" per fare il pieno di carboidrati.
Passeggiatina a Times Square e sosta da Starbucks per un caffè finale, non per me ovviamente.
Il tempo scorre, ormai sono le undici. Per fortuna stanotte tornerà l'ora solare (una settimana dopo rispetto all'Italia) e guadagnerò un'ora di sonno. La città è in pieno movimento: è la notte di Halloween, ma io desidero solo raggiungere la mia stanza.
Saluto gli altri nella hall e, finalmente sola, vado a preparare la roba per l'alba di domani.



sabato 7 novembre 2015

FINISHER


Nell'arcobaleno della mia mente immagini si sovrappongono a immagini, non sempre ordinate, non sempre in successione ... Non ho fretta di rivivere la mia prima maratona perché farlo significa consacrarla al passato.
Mi è difficile raccontare.
Ho fatto una bellissima gara, al di là di ogni aspettativa: buon tempo, zero problemi muscolari, andatura costante per tutto il percorso, buona posizione in classifica ...
Su questo risultato si inseriscono i chilometri corsi, gli allenamenti in palestra, la dieta, le rinunce.
Rifarei tutto: dall'inizio alla fine.
La mia è una grande vittoria personale. Vittoria rappresentata dai vostri commenti, dai complimenti del mio allenatore, dalla gioia della mia famiglia. La mia vittoria è ancora più grande quando più di qualcuno tra voi mi ha detto di ammirarmi per la mia determinazione e mi ha confidato che leggendomi ha desiderato intraprendere la propria "maratona".
L'unico suggerimento che posso dare è non perdere di vista l'obiettivo e non mollare, anche quando la fatica è più forte e la voglia di lasciar perdere cresce.
Ci si sente molto più stanchi dopo un fallimento che dopo essersi impegnati a fondo, anzi più duro è l'impegno, più grande è la soddisfazione.
"Sognando New York - la mia prima maratona": il mio sogno non è più sogno, è realtà. Una bellissima realtà coronata nel migliore dei modi a cui faccio fatica credere.
Domani guarderò di nuovo le foto ufficiali e ne comprerò un paio che mi raffigurano mentre taglio il traguardo per suggellare quell'istante in cui gioia, soddisfazione, entusiasmo, euforia e altro ancora sono esplosi insieme.
Mi hanno detto di appendere la medaglia, di fare un quadro con il pettorale, ma credo che li terrò in un cassetto insieme agli altri. Medaglie più piccole, di meno valore, ma per me sono tutte uguali: ognuna di esse rappresenta un passaggio verso il traguardo finale; ognuna di esse è stata a suo tempo una conquista; ognuna di esse contiene tutto il mio lavoro. Forse da domani correrò più sicura, più forte, cercherò di raggiungere un altro traguardo ...
Il web in questi giorni è pieno di testimonianze newyorkesi. Il mio blog, fedele al suo stile, tornerà tra qualche giorno, un po' sottovoce, per trasformare le mie emozioni in ricordi.

giovedì 29 ottobre 2015

CIAO A TUTTI


Questo è il post dei numeri: perfettamente in linea con quello che da alcuni anni è il mio lavoro mi trovo a fare un rapido rendiconto degli ultimi mesi.
900 km. di corsa, 77 allenamenti, 4 mezze maratone, 2 gare da 10 chilometri, una da 7 e persino una corsa trail.
Determinazione, costanza, cocciutaggine?
I motivi di questa follia sono emersi più volte nei miei racconti, ma la verità  alla fine è solo una: fare qualcosa in cui si crede e che ci fa star bene. Non capita spesso in realtà ed io ho preso l'occasione al volo, pur sapendo che ciò avrebbe comportato parecchie rinunce.
Frequentando il web visito ovviamente pagine di altri runners; mi colpiscono quelli che postano su facebook facce perfettamente riposate, pettinate, sbarbate o truccate, e fotografie di cronometri che testimoniano tempi da veri atleti ... Questo mondo non mi appartiene: mi appartiene però il sorriso, la luce negli occhi nonostante la fatica quando raggiungi un traguardo, qualunque esso sia.
La regola da non dimenticare mai è che ogni runner gareggia fondamentalmente con se stesso: ogni metro aggiunto, ogni secondo risparmiato alimenta la voglia di continuare ad andare avanti per conquistare nuovi record personali.
Tra poche ore partirà il pullman che ci porterà all'aeroporto di Venezia. Tutto è pronto, basta chiudere la valigia. Domattina controllerò per l'ennesima volta se ho preso tutto.
La cosa più importante: le scarpe da running. Rigorosamente nel bagaglio a mano insieme alla divisa da gara.
... Documenti, voucher, visto, passaporto: anche questi ben riposti nello zaino che custodirò con cura quasi maniacale per tutto il viaggio ... Dollari, carta di credito, bancomat. E poi due paia di jeans, maglioncini e una mise appena più carina per una serata un po'speciale.
Tutto è pronto. Anch'io.
Alla vigilia della partenza c'è incertezza e timore: l'obiettivo è raggiungere il traguardo, correre quei benedetti 42 km e 195 metri e oltrepassare la finish line... Tutto il resto adesso è secondario.
Ma c'è anche batticuore, eccitazione, adrenalina, felicità, voglia di provare un'esperienza unica, curiosità (tanta) per quello che saranno i prossimi giorni.

Grazie a tutti e arrivederci a presto con i racconti di New York 2015.


Poi vedo queste foto e mi sento piccola, piccola ....




E' lunghissima ...



Aiutooooo ....



giovedì 22 ottobre 2015

PERCHE' MI SONO ISCRITTA ALLA NYCM



Tra una settimana esatta si parte.
Adrenalina? No, non ancora. La tengo a bada, ben consapevole che quando affiorerà non riuscirò più ad arginarla.
Questa settimana ho ridotto notevolmente gli allenamenti: basta ripetute e i lunghissimi sono diventati delle semplici uscite di poco più di un'ora con qualche allungo finale. Con domani smetto anche la palestra.
E' tempo di bilanci? Forse un po'. Rivedo le immagini di questa storia: allenamenti, gare, fatica, sudore e sorrisi, tanti sorrisi.
Iscrivermi alla Maratona di New York è stata la mia valvola di sicurezza.
Quando uno dei capisaldi della tua vita vacilla, per non perderti devi convogliare la tue energie da un'altra parte: dedicarmi a questa sfida mi ha permesso di scommettere su me stessa e mi ha dato la carica necessaria per affrontare mesi di incertezza lavorativa. Ho convissuto con questi avvenimenti serenamente, trovando fiducia nel futuro: sarà il tempo a darmi ragione oppure no.
Domenica primo novembre correrò per tutti quelli che vogliono farcela, per questa Italia tanto bistrattata dove le persone vere non mancano, ma hanno solo perso un po' la loro voce.




giovedì 15 ottobre 2015

FINE DEI LUNGHISSIMI



Eccomi qua, felice e sorridente neanche avessi tagliato il traguardo di una maratona ...
Questa foto risale a meno di un anno fa quando ho corso la mia prima mezza a Palmanova: sono arrivata alla fine con le ginocchia doloranti e con un real time di 2:32, ma piena di soddisfazione come solo chi corre e ha provato queste emozioni può capire. 
Intanto domenica scorsa anche l'ultimo lunghissimo se ne è andato: 38 chilometri conclusi con un buon personale, come dicono i runners. 
All'inizio di questa avventura mi affascinava l'idea della trasferta in gruppo a New York, ignara di cosa significasse realmente allenarsi per una maratona.
Oggi sintetizzo tutto in una parola: disciplina.
Comunque andrà, ho già vinto.
Ho vinto per me stessa perché al di là di ogni aspettativa ho trovato fiato e gambe per correre così a lungo; ho vinto per chi mi sta vicino e ha convissuto con i miei impegni; ho vinto per chi mi ha seguita attraverso i mie racconti e mi ha incoraggiata sino ad oggi.
... Ma questo non significa che io non sia emozionata all'idea di partire e che non aspiri a vincere di più coronando il mio sogno e tagliando il traguardo senza farmi male.
Non so immaginare cosa mi aspetta a New York: una giostra di emozioni, di gente, di attività. Colori, musica e freddo.... O forse preferisco non immaginare troppo e cercare di restare concentrata, per quanto possibile, ed organizzare i dettagli della mia trasferta.
In questi giorni hanno inaugurato la nuova sede della  Bavisela ed insieme al programma per il prossimo anno è stata presentata ancha la trasferta a New York di una ventina di runners. Fatico a rendermene conto e a mettere a fuoco quello che sto che per fare, come fossi una spettatrice, ma in realtà sono anch'io parte di quel gruppo e ne sono orgogliosa.


Martedì sera la prima riunione tecnica dove sono venuta a conoscenza di particolari che non conoscevo. Per esempio che dovremo lasciare l'albergo alle 5 del mattino (sembra senza fare colazione) per salire sui pullman che ci porteranno al ponte di Verazzano dove la partenza è prevista per  10.30.
Bisogna essere dei pazzi per sottoporsi a un supplizio del genere, ma evidentemente saremo cinquantamila pazzi pronti a sfidare freddo, fame, stanchezza fino a quando le nostre Asic, Diadora, Nike o che altro avanzeranno sul terreno, perfettamente ritmate, perfettamente sincrone con la nostra mente, in un crescendo di chilometri.











martedì 6 ottobre 2015

TRA POCO IL CONTO ALLA ROVESCIA


Domenica scorsa ho affrontato i miei primi 34 chilometri ....
Sono arrivata in fondo, ma quanto mi è costato! Soprattutto gli ultimi quattro chilometri sembravano non passare mai. Tenevo duro con la convinzione (o l'illusione) che comunque, pur correndo ormai molto piano, abituavo le mie gambe a fare i chilometri che mi serviranno per il prossimo lunghissimo, l'ultimo della serie e il più impegnativo: 38 chilometri.
Dalla mia il fatto che non ho mai camminato (mi fermavo per bere e ripartivo) e soprattutto la voglia di riprovarci per migliorare.
E' questo che capita quando gli allenamenti aumentano di intensità?
Concludi una seduta arrancando e già il giorno dopo pensi a cosa dovrai correggere e migliorare  nell'uscita successiva ?
Confesso però che comincio a sentirmi stanca, più mentalmente che fisicamente. Ho voglia di mollare un po':  non vedo l'ora che di iniziare la discesa verso New York.
Le ultime settimane sono state un crescendo di lunghissimi: dai 20 chilometri la prima domenica d'agosto, ai 34 domenica scorsa: nove settimane di carichi... E' normale sentirsi così? Dove è finito il divertimento? Adesso ho solo voglia di finire, di correre quei benedetti 38 chilometri per rilassarmi e concentrarmi finalmente, meritatamente, sul mio viaggio ed assaporare l'adrenalina della prova che sto per affrontare: la maratona di New York.
Domenica ho provato l'emozione di correre sotto la pioggia. Certo che le pozzanghere non aiutano: piedi bagnati e scarpe pesanti. Te ne rendi conto quando finisci e rientri dopo più di quattro ore passate correndo: tra la fatica, l'umidità, lo sforzo desideri solo una doccia bollente e una tazza di latte e biscotti ... al diavolo la dieta!



Oggi la tabella prevedeva un'ora "a sensazione", ma la pioggia non ha concesso tregua e ho ripiegato sulla palestra per un allenamento misto.
Mezzora di corsa sul tapis roulant a velocità crescente; dieci minuti di bicicletta; dieci minuti di corsa un po' più veloce e gli ultimi dieci minuti ancora bicicletta. Appena il tempo di un po' di stretching e sono corsa dalla nutrizionista per il controllo.
Ho finito la giornata in bellezza, dice che ho lavorato bene e la massa muscolare è aumentata: i sacrifici della dieta sono stati ripagati. Adesso continuo per una ventina di giorni e poi comincio a caricare di carboidrati.
A questo punto per oggi può bastare ... giusto il tempo di una tisana e di qualche pagina di un buon libro, ovviamente a tema.


 

giovedì 1 ottobre 2015

1 OTTOBRE - 1 NOVEMBRE: UN MESE ALL'ALBA



Ormai ci siamo: è iniziato il conto alla rovescia e questa settimana ho dato inizio anche all'ultima tabella di allenamenti.
Lo schema si ripete: domenica lunghissimi, martedì scarico e giovedì ripetute. 
Cambiano solo i chilometri che, da qui a quindici giorni, dovrebbero arrivare a 38.
Oggi però passo, ho bisogno di un po' di pausa. 
Adesso che mancano poche settimane credo sia ugualmente importante cercare di riposarsi un po' di più e la Bora che soffia ormai da alcuni giorni non invoglia  proprio ad afforntare le ripetute di 3000 metri che dovrei fare oggi ...



... Ma domani è un altro giorno e ho già pronta la borsa per la palestra.

martedì 29 settembre 2015

TRA UN MESE SI PARTE !!!


Domenica ho messo altri 32 chilometri nelle gambe.
Ormai ci siamo, un mese passa in fretta: tante immagini, pensieri, schemi, incertezze, ma, sopra a tutto, gioia e soddisfazione.
Comunque andrà questa avventura resterà nella mia vita, per sempre.
Benché  negli ultimi mesi il pensiero della maratona mi abbia accompagnata costantemente, non metto ancora a fuoco che stia capitando proprio a me e questo forse è il miglio modo per vivere la preparazione.
Altre due settimane di carico e poi sarà adrenalina pura :)

martedì 22 settembre 2015

MARATONINA DI UDINE: IL PERSONALE MIGLIORA




E anche la maratonina di Udine è andata regalandomi la soddisfazione tutta personale di aver migliorato i miei tempi: venti minuti sulla mia prima mezza maratona dieci mesi fa a Palmanova e otto sulla mezza della Bavisela lo scorso maggio.
Da allora ho messo chilometri nelle gambe, come si dice in gergo, e ieri ho voluto provare a spingere un po' di più: risultato soddisfacente, ma il pensiero corre velocissimo a New York.
... Sono ancora lontana dal correre quei fatidici 42 chilometri!
Solo quattro mesi fa scrivevo (post del 24 aprile): "Ho prenotato il pettorale per la maratona di New York con una buona dose d’incoscienza e tanto entusiasmo, decisa a partecipare e ad arrivare al traguardo, possibilmente senza farmi male" 
Ripensandoci adesso rivedo l'entusiasmo, ma anche tanta incoscienza: sapevo che la preparazione  saebbe stata impegnativa, ma non potevo immaginare quanto!
Man mano passano le settimane ed aumento i carichi di allenamento la fatica si fa senitre: acquisisco una consapevolezza sempre maggiore dell'impegno che mi sono data ed insieme ad essa la preoccupazione di non riuscire a sostenerne il carico.
Non dimentico però l'obiettivo finale: arrivare al traguardo senza farmi male.
E' su questo che sto lavorando ed è per questo che ho aggiunto alle corse un po' di esercizi in palestra per rinforzare i muscoli delle gambe e gli addominali e cerco di seguire una dieta più ricca di proteine.
Dopo tutta questa disciplina domenica ho affrontato la gara in tutta serenità; avevo deciso di affiancarmi ai pacemaker delle due ore e di seguirli fin quando avrei potuto.
Ho resistito per i primi 6 km, poi ho comincinciato a rallentare.
Vedevo i palloncini bianchi che si allontanavano a poco a poco, mentre la gente intorno a me si sparpagliava. I dati ufficiali parlano di 2003 iscritti; la classifica indica solo 1619 arrivati: dove si sono persi gli altri?
Ho fatto una gara tranquilla, senza sforzare e senza sbavature. Ho corso la prima ora ai miei tempi migliori (9,7 Km.); verso l'ora e mezza ho cominciato a rallentare (14,5 Km.). E' stato più o meno a questo punto che mi hanno affiancato Isa e Fabio, anche loro in preparazione per New York, ma con più esperienza alle spalle. Uno scambio di battute, due parole: ho ripreso coraggio e mi sono impegnata per gli ultimi chilometri.

Gruppo Bavisela alla Mezza di Udine

Ho tagliato il traguardo abbastanza soddisfatta perché, in fondo, si può sempre migliorare.

16a Maratonina di Udine


venerdì 18 settembre 2015

DOMENICA SCORSA UN ALTRO LUNGHISSIMO DI 21 KM.


Dieci mesi fa la mia prima mezza maratona: oggi corro 21 chilometri come allenamento.
Sembra impossibile, ma i parametri cambiano. 
Nelle ultime settimane ho aumentato i chilometri... e la fatica.
Nel mese di luglio ho corso in allenamento 50 chilometri: in agosto 170.
Mentre accumulo chilometri su chilometri penso a tante cose, i giorni scorrono veloci ed io vorrei riuscire ad arrivare dappertutto; sono una perfezionista e quindi molto severa con me stessa e difficilmente contenta dei risultati: c'è sempre qualcosa che potrei fare meglio.
Per questo quando inaspettate arrivano delle piccole conferme mi ricarico e riparto più convinta di prima.
La cosa che mi sorprende di più è che spesso arrivo agli allenamenti stressata e stanca, dopo aver scavato il tempo necessario tra i mille impegni quotidiani: ebbene dopo una ripetuta, o una serie di addominali o un lungo, mi sento rilassata e felice e penso a quanto tempo ho perso avendo iniziato a fare sport così tardi se fare sport mi fa sentire così bene.
Martedì sera dopo tanto tempo allenamento con gli amici runners, o meglio con i superstiti del mio gruppo originale: solo quattro, ma buoni.
Abbiamo corso un'ora insieme, chiacchierando e raccontandoci delle nostre ultime settimane e questo fa bene al cuore. Avevo bisogno di aver intorno le mie amiche, dopo tante uscite da sola. E  le loro parole di incoraggiamento, le loro domande, i loro apprezzamenti, proprio adesso che la fatica comincia a farsi sentire, mi hanno ricaricato.
Domenica parteciperò alla maratonina di Udine.
L'allenamento in realtà prevede un'uscita di 36 chilometri, ma ho voglia di una gara.
Sì, proprio io; io che non mi sono mai messa in competizione, che ho sempre evitato gli scontri, che ho sempre cercato la strada più semplice, ho voglia di una bella corsa in compagnia: voglio correre leggera, senza preoccuparmi del percorso, dei rifornimenti, delle macchine o della gente. Voglio correre solo per divertirmi.
Ma non finirà qui, a riprova del fatto che i parametri cambiano: il mio coach mi consente di partecipare alla mezza maratona, ma "consiglia" tre chilometri di riscaldamento ed almeno altri sei o sette da correre la sera al rientro a Trieste.
Cosa dite, mi sto veramente ammalando di corsa ?