… E altre storie

giovedì 21 maggio 2015

FINALMENTE BAVISELA




Poche ore fa ho ritirato il pettorale, la maglia e il pacco gara. Mi sento in ritardo: sono già le nove e devo ancora cenare.
Vado a letto tra una cosa e l’altra che è ormai mezzanotte.
L’appuntamento per l’indomani con Francesca, Paolo e Rita è alle 7.45 davanti alla stazione dove partono le navette.
Leggo prima di addormentarmi; sono serena: quello che è fatto è fatto, ma c’è un’agitazione di fondo, non posso nascondermelo. Vorrei fare bene, migliorare ancora: comincio anch’io a farmi prendere dall’ansia di ridurre il mio personale?.
Dormo dall’una alle due e mezza. Sento la porta: è Gianni che rientra. In questi giorni c’è tanta gente in città e il lavoro per fortuna è aumentato. Cerco di non svegliarmi, ma sento la porta che si riapre per richiudersi subito dopo e l’ascensore che scende. Ma dove sta andando? Saprò più tardi che ha dimenticato il telefono in birreria e siccome domenica sarà per lui un giorno di lavoro non può rinunciarci. Le lancette scorrono veloci; la sveglia è puntata alle 06.15: sono le tre.
Le tre e mezza, le quattro ed io ancora mi rigiro nel letto. Decido mio malgrado di saltare l’appuntamento con i miei amici e sposto la sveglia alle sette: è più importante a questo punto recuperare un po’ di sonno.
… Non è così che doveva andare .
La mattina sono un fulmine; perdo il gruppo per poco e non li ritrovo più. Arrivo alla partenza, nonostante tutto, con largo anticipo perché l’organizzazione è perfetta e non ci sono attese per i bus. Gironzolo da sola: rinuncio al caffè, ma non alla sosta pipì. Ci vuole un tempo interminabile visto il numero di partecipanti (quasi tremila). Vedo volti noti, scambio un paio di battute, ma ho lasciato volutamente il telefono in macchina e mi mancano i miei compagni.
Li ritrovo finalmente quando manca poco più di un quarto d’ora : il tempo per una corsetta di riscaldamento, una foto di gruppo e un paio di battute.




Siamo nella gabbia sopra le due ore: l’elicottero svolazza sopra di noi, lo speaker ci incita ad alzare le braccia e a salutare, la musica scarica adrenalina: io eseguo, ma mi sento un po’ giù.
Partiamo, o meglio partono: prima di passare sotto il ciambellone passerà per me ancora 1’ 32’’.
L’allenatore mi ha raccomandato di iniziare piano, di non farmi trascinare dall’entusiasmo di chi mi sta vicino perché i primi 4 km. sono interamente in salita: blanda, ma pur sempre una lunga salita e se non sto attenta potrei arrivare all’inizio della strada costiera già sfiancata.
I miei amici sono davanti a me; non li perdo di vista, ma non accenno ad aumentare il ritmo, fedele alle direttive del mio coach. Arrivo alla fine della salita integra; adesso è il momento di aumentare e così faccio per il quinto, il sesto e il settimo chilometro. Intorno a me qualcuno mostra visibilmente i segni della fatica, qualcuno già cammina segno evidente che ha sforzato troppo all’inizio. Sto affrontando la parte più bella del percorso: 10 km. di strada costiera in lunghissima, leggera discesa. “Lì corri come se fossi nell’Eden” mi aveva suggerito due sere prima il top runner e vincitore della mezza maratona dell’anno scorso Stefano Scaini.
Purtroppo all’ottavo chilometro un dolore addominale mi fa stringere i denti: impossibile resistere, ho superato solo un terzo di gara, ma non posso mandare tutto all’aria. Rallento, rallento ancora: poco più che cammino. So cha al nono chilometro troverò il ristoro. Mi fermo, prendo una bottiglia d’acqua. Bevo molto lentamente un paio di sorsi ; respiro a fondo, cammino lentamente e continuo a fare dei lunghi respiri. Butto la bottiglia quasi piena, do un’occhiata al cronometro: posso ancora farcela.
Prima della gara mi dicevo: “Vorrei calare un po’ il mio tempo per la mezza: non devo finire oltre le 2h. 20’ “, ma in realtà speravo di risparmiare qualche minuto in più.
La costiera mi sembra non finisca mai, preoccupata come sono di quello che mi aspetta dopo: gli ultimi 7 km. sono puro rettilineo. A detta di tutti i chilometri dal 16° al 19° sono quelli della crisi: è lì che i più si arenano e cominciano a camminare. “Non ce la farò nemmeno in 2h.20’” penso.
Arriva il rettilineo: i primi chilometri vanno, continuo a correre, ma non mi voglio illudere. Supero il 16°, il 17°, e il 18°. Lo sguardo fisso a controllare il cronometro. Devo arrivare al 19° e poi è praticamente fatta. Mi tengo un po’ di riserve per gli ultimi due chilometri.
Mi lascio alle spalle anche l’ultimo ristoro: adesso è il momento di allungare. Mi concentro e vado; controllo il tempo, fissa a questo punto a non superare le mie 2h.20’. Corro il 20° a un buon ritmo, ma so che posso spingere ancora un po’. Finalmente inizio l’ultimo chilometro e accelero per tutto quello che posso: non ho più tempo di pensare al cronometro: guardo fisso davanti a me aspettando di svoltare in piazza Unità per le ultime decine di metri.
All’improvviso mi sento chiamare. Senza rallentare alzo la mano sinistra e sorridendo saluto: sono i miei genitori che si sporgono dalla balaustra e mi incitano e subito dopo vedo il cartello “300 m.” all’arrivo.
Curvo verso la piazza lasciandomi alle spalle lo sguardo orgoglioso di mamma e papà ed affronto gli ultimi metri cercando gli occhi di mio marito.
Non li trovo.
C’è gente, musica, confusione, caldo; passo sotto il cronometro che indica 2.21.32 (real time: 2.20), proseguo ancora un po’ correndo prima di fermarmi quasi volessi essere sicura di essere arrivata. Per un attimo vedo nero. Poi Paolo che mi ha preceduta mi si avvicina, mi sostiene e mi indica Gianni che mi sorride in mezzo alla folla, mi fa un cenno con la mano e si allontana verso il suo lavoro. E’ stato di parola, non è mancato nemmeno stavolta. Anche Francesca è già arrivata e dopo poco sarà la volta di Rita.




Abbiamo bisogno di rifocillarci. Passiamo vicino alle hostess che ci infilano la medaglia al collo, si complimentano con noi e procediamo verso il ristoro.
E’ fatta. C’è chi è più soddisfatto, chi meno. L’importante anche stavolta è essere uniti.











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