… E altre storie

martedì 24 novembre 2015

42 CHILOMETRI DI PURA GIOIA


Eccomi finalmente sulla rampa del ponte di Verrazzano ad affrontare con la gioia nell'anima la prima salita di questo lungo percorso. Siamo in tanti qui, storditi dalle emozioni, ad avanzare circospetti in attesa che la folla sfolli, che la mente si concentri e che le gambe comincino a girare.
Foto di gruppo, selfie, in bocca al lupo si rincorrono. Sarà così per tutta la prima metà del ponte: uno sguardo allo skyline di New York alla mia sinistra e l'altro ai compagni che già cominciano a disperdersi. In cima alla salita abbandono la tuta sulla balaustra centrale e mi ritrovo sola, in mezzo a migliaia di volti nuovi. Mi giro un paio di volte, ma ormai è chiaro che proseguirò la mia gara senza i miei amici: è giusto così, ognuno con il suo passo.
E' lungo il ponte di Verrazzano, qualcosa più di quattro chilometri: il tempo necessario per trovare la propria andatura e prepararsi ad affrontare l'ignoto: il bagno di folla di Brooklyn. Per quanto tu sappia cosa ti aspetta per averlo letto in tanti racconti, è impossibile da immaginare e ti stupisci comunque.
Il popolo di New York è lì e sarà ancora lì, più numeroso, più caloroso, più variopinto che mai lungo tutto il percorso fino a Manhattan.
Il popolo di New York diventerà il tuo referente, il tuo accompagnatore, il tuo sostegno, il tuo conforto. Sostituirà i tuoi amici, i tuoi parenti, diventerà il tuo compagno da ora fino al traguardo e oltre, fino al rientro in albergo, fino al giorno dopo quando ti vedrà girare per la città con la medaglia al collo ed ancora ti dirà, attraverso la voce di un uomo qualsiasi, "you have a good job" e tu sentirai di aver fatto qualcosa di importante.


Mi sono iscritta alla maratona di New York a febbraio dopo aver corso un'unica mezza maratona conclusa a fatica dopo 2 h. 32'; sul modulo d'iscrizione bisognava riempire uno spazio con il proprio miglior tempo sulla maratona o, non avendone mai corsa una come me, il tempo previsto.
Ho scritto un ottimistico-prudenziale 5 h.00' senza sapere se sarei riuscita ad allenarmi e soprattutto come.
Malgrado la gente, l'entusiasmo, la curiosità cerco di non strafare: affronto la salita con prudenza salvo poi lasciarmi andare quando comincia la discesa. Mi sento bene (e come potrebbe essere altrimenti?) e corro tranquilla: un'occhio al cronometro e due alla folla intorno a me.
Arriviamo a Brooklyn e il boato nonostante tutto ci sorprende: due ali di folla festante. Ma da quanto tempo sono qui?
Incitano tutti con lo stesso entusiasmo: chi è passato prima di me e chi passerà dopo. Per loro non ha importanza il tempo che impiegherai: al di là di tutto c'è il rispetto per quello che stai facendo.
Leggo cartelli come "You inspired me" o "Great job random stranger".
Ti stai mettendo in discussione, fai fatica e sei venuto a farlo nella loro città; il loro applauso è ininterrotto.
Uomini, donne, bambini, vecchi; bande musicali, cori gospel, gruppi rock.
Chi non suona ti incita: se legge il tuo nome sulla maglia ti chiama a gran voce : "Go Paola, go".
I bambini ti chiedono il cinque "Give me five".
Gli adulti ti gridano "Ciao Italia".
Mi guardo in giro e corro, corro, corro.


Non mi fermo. Mantengo il mio passo.
Di tanto in tanto guardo il cronometro: gambe e mente perfettamente in sintonia attraverso il mio Garmin. Voglio mantenere un'andatura costante e ogni mezzora riaggiusto il tiro: rallento se sto andando un po' troppo forte; accelero se sono un po' sotto la media che mi sono data: quarantadue chilometri sono tanti e voglio correrli tutti.
Arrivo al traguardo della mezza; me ne accorgo perché gli altri davanti a me alzano le braccia in un urlo unanime e liberatorio: fin qui è fatta, siamo a metà strada.
Il mio tempo è 2 h. 17': so che non serve raddoppiare per calcolare il tempo d'arrivo della maratona perché il cammino è ancora lungo e su tutti incombe l'incertezza del "muro", ma sono in linea.
"Calma e continua così" penso.
Dopo 24 km. si avvicina il temuto Queensboro Bridge: circa 800 m. in salita. Questo è l'unico tratto dove non c'è pubblico. Dopo tanto vociare siamo circondati dal silenzio: posso sentire il respiro affannoso di chi mi corre a fianco e il rumore del vento. Tanti camminano fin dai primi metri, alcuni si fermano a fare stretching, altri cominciano a cedere e li vedo vomitare appoggiati alle strutture in ferro.
Rallento. Gli allenamenti in salita sul Carso hanno aiutato, ma è comunque faticoso. I più spavaldi si fermano per fare delle foto. Sfioro gli 8' a chilometro, ma ormai sto per arrivare in cima ed ecco che all'improvviso comincia la discesa: mollo, felice di avere superato quello che è uno dei punti più critici della gara.
La gioia mi fa aumentare la velocità: quando esco dal ponte il fragore del pubblico è enorme e le gambe volano da sole.
Siamo a Manhattan: inizia la First Avenue.
Da qui in avanti ci sono ancora più folla, più tifo, più colori.
La gente non smette di incitare; talvolta si rivolge proprio a te e ti chiama per nome e tu non capisci perché stiano chiamando proprio te, ma è così ed è bellissimo che sia così: e allora saluti, alzi le braccia, fai segno che tutto è ok e corri, corri, corri.
Alcuni agitano una gigantografia del volto del loro runner, altri semplicemente sollevano dei cartelli con il nome; lo chiamano a gran voce e lo cercano nella folla e tu che corri là in mezzo vorresti essere lui e godere di quell'abbraccio particolare. Comunque sia vai avanti perché il calore di questo pubblico è enorme e racchiude tutti.


Ogni tanto qualcuno si incontra e allora la gioia esplode: tanta, esagerata. All'improvviso vedi un runner davanti a te che corre verso il bordo della strada con le braccia alzate urlando parole che non riesci a cogliere; e vedi tre, quattro, cinque persone che lo circondano, lo abbracciano, gli danno pacche sulle spalle; si baciano, si fotografano, qualcuno si commuove prima che l'eroe li saluti e riprenda la sua corsa.
Tra di noi ci sono tantissimi che corrono in nome delle Charities: "Team for kid",  "For Parkinson's research" e tra di essi spiccano le maglie arancioni con la scritta "Imagine a word without cancer" : la Maratona di New York è anche questo!
E poi ci  sono i volontari, un esercito intero. Sono lì per te anche loro: ti danno da bere e non solo. Ti osservano, ti sostengono, ti incitano a loro volta pronti a intervenire in caso di bisogno perché più di qualcuno purtroppo comincia a vacillare.


Guardo l'orologio: sto correndo da tre ore, impossibile! Il tempo è trascorso troppo in fretta: tre ore di gioia e di divertimento senza sentire la minima fatica, semplicemente felice di essere lì.
La First Avenue sembra non finire mai: cinque chilometri di saliscendi, ma non li avverto: sono troppo concentrata ad ascoltare il mio corpo che per fortuna continua a rispondere bene.
Mi sto avvicinando al "muro" del trentesimo chilometro.  La gente lo sa e, se possibile, ci sostiene ancora di più: offre pezzi di cioccolata e di banana; un signore distinto regge un vassoio pieno di caramelle; una ragazza tende una scatola di kleenex: tutti vogliono dare il loro contributo. Non mi fermo, mi basta l'acqua dei ristori ufficiali: uno sì ed uno no; il primo sorso per sciacquare la bocca, il secondo per bere. Unica concessione un integratore di malto più carbo gel al ventinovesimo chilometro per riequilibrare le scorte di carboidrati.
Finisco la First Avenue, attraverso il Bronx e poi Haarlem. Da qui non mi resta che raggiungere Central Park e sono arrivata.


Al trentaseiesimo mi vengono in mente le parole del mio allenatore: "Quando arrivi al trentaseiesimo chilometro, massimo al trentottesimo, molla tutto: dai tutto quello che puoi, non risparmiare perché non ha più senso".
Sono passate quattro ore: ho corso nove chilometri ogni ora, costanti. Provo ad accelerare; recupero 16" nel trentasettesimo, ma li riperdo nel trentottesimo perché impegno un'altra lenta salita e le gambe cominciano ad essere più stanche della mia mente.
Nel trentanovesimo scendo di nuovo e al quarantesimo guadagno altri 15" a chilometro.
Ormai sono dentro Central Park; ho oltrepassato la linea del 25° miglio; cerco di spingere ancora.
C'è troppa gente e non riesco a passare, ma recupero altri 8".
Corro in mezzo a due ali di folla; adesso al bordo della strada ci sono le bandiere di tutti gli stati: poche decine di metri, forse duecento. Non vedo l'arrivo. Non vedo niente: solo la strada mezzo metro davanti ai miei piedi. E' il momento di prendere la mia bandiera. Me la sono avvolta intorno alla vita stamattina alla cinque e lì e rimasta fino a poco fa. Mentre affrontavo gli ultimi sforzi ha cominciato a scivolare perché il nodo era diventato troppo largo: segno inequivocabile della mia fatica ... ma adesso la sto sciogliendo. La sollevo sopra le spalle. Corro gli ultimi metri e attraverso il traguardo.


Ce l'ho fatta!
                                                                                                                             (continua)












giovedì 19 novembre 2015

L'ATTESA


Raccontare della mia gara avrebbe dovuto essere un momento pieno di allegria invece, anch'io come tanti, sento la tristezza, l'incertezza, lo stupore per quello che è successo a Parigi pochissimi giorni fa. Come posso celebrare la gioia, l'entusiasmo, la voglia di vivere e di fare quando troppe famiglie sono in lutto e quando intere popolazioni sono scosse dalle immagini della carneficina; quando la vita di persone uscite per divertirsi a un concerto, allo stadio, a cena è stata interrotta in modo così improvviso e crudele.
Ho vissuto alcuni giorni con questa amarezza nell'anima, ma oggi sono fermamente convinta che il modo più corretto per onorare questi morti è proprio quello di acclamare la Vita vivendo ogni giorno con consapevolezza, respirando a pieni polmoni quello che ci viene offerto e lottando per migliorarlo.

Ed ecco quindi il racconto della mia corsa.
La notte, la vigilia della gara, dormo pochissimo, ma pur sempre un po' di più di quello che temevo. Sveglia alle 4.30, ritrovo per la colazione alle 5.00 e partenza con il pullman alle 5.30: questo il programma.
Alle 3.30 in realtà, dopo essermi svegliata già almeno un paio di volte, sono pronta per alzarmi ma riesco a resistere sotto le coperte un'altra mezz'ora prima di scendere per la colazione.
La sala é piena di runners: nonostante l'ora sembrano tutti molto svegli.
Scambio due parole con il mio vicino di tavolo che, guarda caso, si lamenta di non aver chiuso occhio. Faccio una colazione super energetica e alle 5.25 sono pronta nella hall con il resto del gruppo per la foto di rito.


... Ma è quando abbraccio Sandra che mi sale un nodo in gola, un nodo così grande che non fa uscire il fiato tanto che faccio un respiro profondo ed un altro ancora prima di riuscire a rispondere all'appello della hostess che controlla la lista dei partecipanti . E nella notte ancora buia, stringendomi al petto due vecchie felpe extra large che avrei indossato più tardi a Staten Island per proteggermi dall'umidità del primo mattino, percorro il corridoio del pullman con le lacrime che scendono senza che io riesca a trattenerle.
Piango perché sono felice. Tanto, tantissimo felice. In quel momento ci sono solo io, sto scommettendo su me stessa e sono certa solo di una cosa: voglio vincere.
Ecco, finalmente ho rotto la tensione: d'ora in avanti sarà puro divertimento, appagamento, serenità, soddisfazione, curiosità, gioia.
Arriviamo a Staten Island che non è ancora giorno: decine e decine di pullman che accostano, fanno scendere i runners e ripartono mentre noi iniziamo una lenta processione che, attraverso i metal detector, ci incanala progressivamente sino a condurci ognuno al proprio villaggio: arancione, verde o azzurro, come indicato dal nostro pettorale.
La sensazione già provata di trovarmi dentro un'organizzazione perfetta si riconferma subito: nessuna sbavatura, tutto gira in sincronia.
All'interno del villaggio non manca niente: assistenza medica, servizi sanitari, bevande calde e fredde, integratori, dolci; ci regalano un cappello, arancione come il nostro villaggio, che si rivelerà utilissimo.


Ho davanti più di tre ore prima della partenza eppure il tempo passa veloce: mi prendo del thé caldo e una specie di panino farcito con l'uva passa che divoro nonostante ho mangiato da poco.  Decido di non girovagare troppo per non sprecare energie e mi accomodo su uno spesso strato di paglia che hanno predisposto per permetterci di riposare all'asciutto.  Osservo la gente più disparata che piano piano si sta accalcando intorno a me. La tradizione vuole che prima di partire i runners si spoglino degli indumenti pesanti e li abbandonino in beneficenza raccogliendoli in grandi ceste blu. In mezzo a vecchie tute e piumini passeggia una signora avvolta in una vestaglia rosa e un ragazzo che sfoggia un cappotto vintage e persino alcuni amici che si proteggono indossando tute bianche da lavoro.




Gli elicotteri girano sopra la nostra testa, la luce comincia a schiarire, i runners continuano ad aumentare. L'inno americano mi coglie di sorpresa, la prima wawe sta partendo: due colpi di cannone. Sbircio tra la folla e quello che riesco a vedere sono migliaia di puntini colorati, uno vicinissimo all'altro che creano una specie di onda in movimento. Sembra un tutt'uno compatto, un grande serpente amico che si snoda attraverso il ponte.


L'eccitazione aumenta: tra un'ora sarò anch'io finalmente su quel ponte. Hanno aperto il corral: abbandono un po' di indumenti e mi dirigo verso la lettera D.
Ora siamo tutti in piedi, spalla contro spalla: italiani, tedeschi, americani, francesi, brasiliani, asiatici, C'è chi ha già partecipato e chi è alla prima esperienza: tutti ugualmente emozionati. Avanziamo poco a poco; quando ci avviciniamo alla base del ponte comincia il cordone di poliziotti: ci sorridono, ci augurano good luck, qualcuno si fa fotografare.
Fa impressione essere lì: un puntino colorato in mezzo a migliaia di puntini colorati, uguali eppure unici.
Sono le 10.35, mancano cinque minuti alla partenza; preparo il cronometro; alle 10.38 parte l'inno americano; il cronometro ha fatto fatica a trovare il satellite, ma ora è pronto per lo start.
Alle 10.40 in punto sfuma l'inno, esplodono due colpi di cannone e parte la musica assordante: adrenalina si somma a adrenalina, ma possiamo solo camminare lentamente verso il gonfiabile. Ci vogliono alcuni minuti per raggiungerlo, forse dieci; la musica si disperde nell'ampio spazio: sulle note di "New York New York"  comincio la mia lunga corsa attraverso i cinque quartieri della Grande Mela.





  



giovedì 12 novembre 2015

IN VIAGGIO PER NEW YORK


Giovedì 29 Ottobre alle 08.00 inizia il viaggio che ci porterà da Trieste a Venezia, a Londra e finalmente a New York.
Non vedo l'ora di correre, anche se non oso confessarmelo.
Va tutto bene; arriviamo puntuali e adrenalinici nella Grande Mela.
Sono a New York: la città che da ragazza mi faceva fantasticare, dove sono stati girati film bellissimi ed indimenticabili. Le luci, il traffico, i grattacieli, i taxi gialli, le macchine enormi, i baracchini con gli hot-dog ad ogni angolo di strada, i negozi che occupano palazzi interi ... Immagini di una città che per certi versi mi sembra già di conoscere.
Dal momento in cui lascio il pullman, ultimo rifugio sicuro intorno a me, mi sembra che la mia testa sia avvolta dentro una grande bolla d'aria.  Perché si  dissolva dovrò aspettare domenica mattina quando oltrepasserò la linea di partenza del Ponte di Verrazzano sulle note di "New York New York".
Ho vissuto due giorni in cui corpo e mente non sono più in sintonia, spettatrice degli eventi di cui sono protagonista.
Mentre passeggio, mangio, cerco di scoprire e di appropriarmi un po' di questa città, un pensiero mi attraversa ricorrente il cervello: talvolta improvviso e inaspettato, talaltra evocato e cercato.
In questa alternanza di richiamo e di allontanamento tutto è fluttuante e inafferrabile, meno uno cosa: domenica 1 Novembre: la partenza, la gara, il traguardo.

Il primo appuntamento è al Villaggio Maratona per il ritiro del pettorale. Un'organizzazione perfetta e inappuntabile; l'incontro con i volontari che ci assisteranno anche nei giorni successivi: sorrisi, incoraggiamenti, disponibilità e efficienza, tanta efficienza.
So già qual è il mio numero: me lo hanno comunicato prima di partire e non poteva essere numero più bello: 46209.


Quattro - Sessantadue - Zeronove.
Sessantadue: il mio anno di nascita.
Zeronove: il mio mese di nascita.
Quattro: il desiderio che si sta trasformando in pronostico. L'obiettivo di finire la maratona in cinque ore con quel numero quattro all'inizio del pettorale mi trasmette fiducia.
L'imponenza del Villaggio invece mi fa venir voglia di fuggire via, di allontanarmi alla ricerca di un po' di quiete: cosa meglio di una corsa?


Raggiungo Central Park South nella zona di arrivo della maratona.
Moquette, bandiere, transenne, addetti che si agitano in tutte le direzioni per completare gli ultimi allestimenti.
Decido di dirigermi verso un'area meno affollata del Parco.
Inizio a correre, ancora un po' rigida per il lungo viaggio e stordita dal fuso orario. Mi allontano dalla confusione per poi ripiegare dopo un paio di chilometri verso un percorso più affollato dove ai lati spicca la scritta "Route marathon" e comincio a seguirla. Le gambe avanzano da sole mentre percorro gli ultimi cinquecento metri in salita  prima della finish line e vedo, finalmente dal vivo dopo averlo immaginato decine di volte, il traguardo di quella che da lì a due giorni sarebbe diventata la mia prima maratona.



Per stemperare la tensione e rompere l'immobilità  dell'attesa sabato mattina acquisto un "sightseeing" per Manhattan: Times Square; Madison Square Garden, Empire State Building, Fifth Avenue, Gran Zero ...
Lasciata alle spalle l'atmosfera emozionante e surreale di Gran Zero passo a quella goliardica del Toro di Wall Street dove i turisti sostano per farsi fotografare toccando come buon auspicio la statua.
Davanti a me quattro giovani runners francesi si mettono in posa ... Scaramanzia vuole che anch'io mi inginocchi per la foto di rito.


Appena il tempo di rientrare ed inizia la riunione tecnica prima della gara.
Saluti, presentazioni, consigli, applausi, in bocca al lupo ... sembra tutto maledettamente semplice; centinaia di runners, in prevalenza uomini, mi appaiono come tanti Iron Men: sicuri e irraggiungibili. Mancano poche ore ormai e sento che la mente gira a vuoto: più mi sforzo di concentrarmi e cerco di trovare un punto fermo da cui ripartire, più mi sento vagare tra le nuvole.
Ancora un appuntamento: il "Pasta Party" per fare il pieno di carboidrati.
Passeggiatina a Times Square e sosta da Starbucks per un caffè finale, non per me ovviamente.
Il tempo scorre, ormai sono le undici. Per fortuna stanotte tornerà l'ora solare (una settimana dopo rispetto all'Italia) e guadagnerò un'ora di sonno. La città è in pieno movimento: è la notte di Halloween, ma io desidero solo raggiungere la mia stanza.
Saluto gli altri nella hall e, finalmente sola, vado a preparare la roba per l'alba di domani.



sabato 7 novembre 2015

FINISHER


Nell'arcobaleno della mia mente immagini si sovrappongono a immagini, non sempre ordinate, non sempre in successione ... Non ho fretta di rivivere la mia prima maratona perché farlo significa consacrarla al passato.
Mi è difficile raccontare.
Ho fatto una bellissima gara, al di là di ogni aspettativa: buon tempo, zero problemi muscolari, andatura costante per tutto il percorso, buona posizione in classifica ...
Su questo risultato si inseriscono i chilometri corsi, gli allenamenti in palestra, la dieta, le rinunce.
Rifarei tutto: dall'inizio alla fine.
La mia è una grande vittoria personale. Vittoria rappresentata dai vostri commenti, dai complimenti del mio allenatore, dalla gioia della mia famiglia. La mia vittoria è ancora più grande quando più di qualcuno tra voi mi ha detto di ammirarmi per la mia determinazione e mi ha confidato che leggendomi ha desiderato intraprendere la propria "maratona".
L'unico suggerimento che posso dare è non perdere di vista l'obiettivo e non mollare, anche quando la fatica è più forte e la voglia di lasciar perdere cresce.
Ci si sente molto più stanchi dopo un fallimento che dopo essersi impegnati a fondo, anzi più duro è l'impegno, più grande è la soddisfazione.
"Sognando New York - la mia prima maratona": il mio sogno non è più sogno, è realtà. Una bellissima realtà coronata nel migliore dei modi a cui faccio fatica credere.
Domani guarderò di nuovo le foto ufficiali e ne comprerò un paio che mi raffigurano mentre taglio il traguardo per suggellare quell'istante in cui gioia, soddisfazione, entusiasmo, euforia e altro ancora sono esplosi insieme.
Mi hanno detto di appendere la medaglia, di fare un quadro con il pettorale, ma credo che li terrò in un cassetto insieme agli altri. Medaglie più piccole, di meno valore, ma per me sono tutte uguali: ognuna di esse rappresenta un passaggio verso il traguardo finale; ognuna di esse è stata a suo tempo una conquista; ognuna di esse contiene tutto il mio lavoro. Forse da domani correrò più sicura, più forte, cercherò di raggiungere un altro traguardo ...
Il web in questi giorni è pieno di testimonianze newyorkesi. Il mio blog, fedele al suo stile, tornerà tra qualche giorno, un po' sottovoce, per trasformare le mie emozioni in ricordi.