… E altre storie

giovedì 19 novembre 2015

L'ATTESA


Raccontare della mia gara avrebbe dovuto essere un momento pieno di allegria invece, anch'io come tanti, sento la tristezza, l'incertezza, lo stupore per quello che è successo a Parigi pochissimi giorni fa. Come posso celebrare la gioia, l'entusiasmo, la voglia di vivere e di fare quando troppe famiglie sono in lutto e quando intere popolazioni sono scosse dalle immagini della carneficina; quando la vita di persone uscite per divertirsi a un concerto, allo stadio, a cena è stata interrotta in modo così improvviso e crudele.
Ho vissuto alcuni giorni con questa amarezza nell'anima, ma oggi sono fermamente convinta che il modo più corretto per onorare questi morti è proprio quello di acclamare la Vita vivendo ogni giorno con consapevolezza, respirando a pieni polmoni quello che ci viene offerto e lottando per migliorarlo.

Ed ecco quindi il racconto della mia corsa.
La notte, la vigilia della gara, dormo pochissimo, ma pur sempre un po' di più di quello che temevo. Sveglia alle 4.30, ritrovo per la colazione alle 5.00 e partenza con il pullman alle 5.30: questo il programma.
Alle 3.30 in realtà, dopo essermi svegliata già almeno un paio di volte, sono pronta per alzarmi ma riesco a resistere sotto le coperte un'altra mezz'ora prima di scendere per la colazione.
La sala é piena di runners: nonostante l'ora sembrano tutti molto svegli.
Scambio due parole con il mio vicino di tavolo che, guarda caso, si lamenta di non aver chiuso occhio. Faccio una colazione super energetica e alle 5.25 sono pronta nella hall con il resto del gruppo per la foto di rito.


... Ma è quando abbraccio Sandra che mi sale un nodo in gola, un nodo così grande che non fa uscire il fiato tanto che faccio un respiro profondo ed un altro ancora prima di riuscire a rispondere all'appello della hostess che controlla la lista dei partecipanti . E nella notte ancora buia, stringendomi al petto due vecchie felpe extra large che avrei indossato più tardi a Staten Island per proteggermi dall'umidità del primo mattino, percorro il corridoio del pullman con le lacrime che scendono senza che io riesca a trattenerle.
Piango perché sono felice. Tanto, tantissimo felice. In quel momento ci sono solo io, sto scommettendo su me stessa e sono certa solo di una cosa: voglio vincere.
Ecco, finalmente ho rotto la tensione: d'ora in avanti sarà puro divertimento, appagamento, serenità, soddisfazione, curiosità, gioia.
Arriviamo a Staten Island che non è ancora giorno: decine e decine di pullman che accostano, fanno scendere i runners e ripartono mentre noi iniziamo una lenta processione che, attraverso i metal detector, ci incanala progressivamente sino a condurci ognuno al proprio villaggio: arancione, verde o azzurro, come indicato dal nostro pettorale.
La sensazione già provata di trovarmi dentro un'organizzazione perfetta si riconferma subito: nessuna sbavatura, tutto gira in sincronia.
All'interno del villaggio non manca niente: assistenza medica, servizi sanitari, bevande calde e fredde, integratori, dolci; ci regalano un cappello, arancione come il nostro villaggio, che si rivelerà utilissimo.


Ho davanti più di tre ore prima della partenza eppure il tempo passa veloce: mi prendo del thé caldo e una specie di panino farcito con l'uva passa che divoro nonostante ho mangiato da poco.  Decido di non girovagare troppo per non sprecare energie e mi accomodo su uno spesso strato di paglia che hanno predisposto per permetterci di riposare all'asciutto.  Osservo la gente più disparata che piano piano si sta accalcando intorno a me. La tradizione vuole che prima di partire i runners si spoglino degli indumenti pesanti e li abbandonino in beneficenza raccogliendoli in grandi ceste blu. In mezzo a vecchie tute e piumini passeggia una signora avvolta in una vestaglia rosa e un ragazzo che sfoggia un cappotto vintage e persino alcuni amici che si proteggono indossando tute bianche da lavoro.




Gli elicotteri girano sopra la nostra testa, la luce comincia a schiarire, i runners continuano ad aumentare. L'inno americano mi coglie di sorpresa, la prima wawe sta partendo: due colpi di cannone. Sbircio tra la folla e quello che riesco a vedere sono migliaia di puntini colorati, uno vicinissimo all'altro che creano una specie di onda in movimento. Sembra un tutt'uno compatto, un grande serpente amico che si snoda attraverso il ponte.


L'eccitazione aumenta: tra un'ora sarò anch'io finalmente su quel ponte. Hanno aperto il corral: abbandono un po' di indumenti e mi dirigo verso la lettera D.
Ora siamo tutti in piedi, spalla contro spalla: italiani, tedeschi, americani, francesi, brasiliani, asiatici, C'è chi ha già partecipato e chi è alla prima esperienza: tutti ugualmente emozionati. Avanziamo poco a poco; quando ci avviciniamo alla base del ponte comincia il cordone di poliziotti: ci sorridono, ci augurano good luck, qualcuno si fa fotografare.
Fa impressione essere lì: un puntino colorato in mezzo a migliaia di puntini colorati, uguali eppure unici.
Sono le 10.35, mancano cinque minuti alla partenza; preparo il cronometro; alle 10.38 parte l'inno americano; il cronometro ha fatto fatica a trovare il satellite, ma ora è pronto per lo start.
Alle 10.40 in punto sfuma l'inno, esplodono due colpi di cannone e parte la musica assordante: adrenalina si somma a adrenalina, ma possiamo solo camminare lentamente verso il gonfiabile. Ci vogliono alcuni minuti per raggiungerlo, forse dieci; la musica si disperde nell'ampio spazio: sulle note di "New York New York"  comincio la mia lunga corsa attraverso i cinque quartieri della Grande Mela.





  



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