… E altre storie

giovedì 5 maggio 2016

42 KM : SOFFERENZA E GIOIA



Anche questa maratona è andata e ne devo essere orgogliosa, ma questa volta non c'è stata l'esplosione di gioia di New York, sebbene l'abbia conclusa migliorando il mio tempo di 8 minuti.
Due giorni prima della gara mi ha raggiunto una notizia terribile: un giovane uomo si è tolto la vita gettandosi da una finestra del quarto piano. Il giornale non ha reso note le generalità, ma i suoi occhi velati e il suo sorriso malinconico mi hanno accompagnata durante tutto il percorso.
08.05: venticinque minuti allo start.
Mi sto togliendo la tuta quando comincia a grandinare. Intorno a me diversi stand per la consegna delle borse, suddivisi secondo i numeri di pettorali, ma non una tettoia o un riparo. Pesco dallo zaino un sacco nero, di quelli grandi e spessi dove, viste le pessime previsioni del tempo, avevo già praticato un foro per la testa e due per le braccia e me lo infilo rapidamente. Decido di cambiarmi: avevo indossato i calzoncini corti nonostante le temperature invernali della mattina, ferrea nella mia convinzione che una maratona va corsa così, ma vista la grandine mi arrendo all'evidenza.
Il tempo passa rapidamente: immobile, nelle immagini che mi rimanda di migliaia di runners che si preparano in silenzio (in Svizzera c'è tantissimo silenzio) e al tempo stesso veloce, nell'avanzare dei minuti sul mio Garmin.
Mi sistemo sotto un albero cercando di bagnarmi il meno possibile; sfilo le scarpe e ci appoggio i piedi sopra schiacciandole per cercare di non inzupparmi le calze con il pensiero assurdo che non avrei potuto correre 42 km. con i piedi bagnati.
Complice il mio sacco nero, in equilibrio sulle mie Asics, faccio il cambio di calzoncini.
08.12:  tra tre minuti chiudono il ritiro borse.
08.20: sono in fila davanti alla toilette, ma c'è troppa gente. Con un po' di esitazione comincio a chiedere alla signora davanti a me se correrà la maratona. Al suo diniego mi faccio coraggio e le chiedo se mi cede il suo posto nella fila.
Faccio lo stesso con la signora che ho ora davanti e con la successiva finché incappo in una bionda che mi blocca dicendo che lei parteciperà alla maratona. La fila avanza troppo lentamente. Conto le persone, calcolo un tempo medio per persona e concludo che ce la posso fare: a pelo, ma ce la posso fare. A quel punto la Svizzera che mi aveva bloccata comincia a fare lo stesso ed in breve mi trovo con solo due persone davanti.
08.28: due minuti allo start. Raggiungo velocemente il ciambellone della partenza; lo oltrepasso a ritroso infilandomi tra i top runners con ancora il mio sacco nero a proteggermi e proseguo.
Chiedo permesso e mi faccio strada: non mi importa di quello che possono pensare gli altri. Raggiungo i pacers delle tre ore, delle tre ore e mezza: devo proseguire ancora. Quattro ore, quattro ore e un quarto, quattro ore e mezza.
Sento un colpo di pistola alle mie spalle; mi sfilo il sacco e mi giro. La gente davanti a me comincia a muoversi: camminano veloci e lentamente cominciano a correre.
Eccomi nel mezzo della mia seconda maratona, senza aver avuto il tempo di emozionarmi, senza pensare a nulla.
Mi sto avvicinando alla linea dello start: premo il mio Garmin e comincio a correre.
Il cielo sopra le nostre teste rovescia ora pioggia che ben presto si trasforma in neve. I fiocchi aumentano, sfiorano gli occhi nonostante la visiera; il vento li manda sulla mia faccia : mi sento viva, viva e arrabbiata. Corro veloce, al di sopra delle mie possibilità per una gara così lunga, ma sono felice di correre, sono felice della neve, sono felice del freddo.
Non ho nessuna intenzione di rallentare: penso a Orazio e corro.
La neve mi colpisce la faccia; i piedi sfiorano l'asfalto dove la neve mista all'acqua ha creato un fondo scivoloso; l'aria gelida mi sfiora ... Vedo i suoi occhi velati e il suo sorriso malinconico e corro. Mi asciugo gli  occhi e corro, non so se lacrimano per il freddo o per la tristezza.
Il giornale ha scritto che ha lasciato una lettera dove spiega alla moglie che non ce la faceva più a sopportare il peso dell'incertezza lavorativa e del futuro ...
... Io dal febbraio del 2014 sono in solidarietà, poi in cassa integrazione e di nuovo in solidarietà: corro per combattere questa incertezza, per avere un obiettivo davanti, per avere la sensazione di fare qualcosa in un periodo in cui è così difficile fare.
Passano i primi dieci chilometri; al passaggio del primo quarto di gara mi accorgo di essermi lasciata alle spalle i pacers delle 4 h.15. Un tempo impossibile per me, ciò nonostante proseguo senza cambiare ritmo pur sapendo che più aventi sarò costretta a rallentare.
Al tredicesimo chilometro mi sento chiamare: "Ehi Bavisela, sei triestina?".
Scambio qualche battuta con un triestino che lavora a Zurigo ormai da sette anni e la tensione si allenta. Lui sta correndo la seconda parte della staffetta per cui lo saluto e risparmio il fiato per la mia gara.


Ormai stiamo uscendo dal centro e cominciamo a costeggiare il lago. Sarà così fino al 25.mo prima di fare il giro di boa e ritornare verso la città. Ai bordi della strada, nonostante tutto, gente che suona, canta, balla e ci incita. Adesso non piove nemmeno più. Comincio a rallentare: piedi bagnati, scarpe pesanti e mani gelate nonostante i guanti. Ai ristori bevo solo acqua: non ne ho saltato nessuno e non mi sono mai fermata. Decido che al prossimo mi fermerò per bere. Pessima idea: i muscoli delle gambe sono tutti indolenziti, sarà colpa della temperatura: da qui in avanti meglio tirare diritto.
Adesso la mente è concentrata sui chilometri che mi restano da correre. Al 29.mo cammino il tempo necessario per prendere una busta di carbogel per reintegrare i carboidrati in vista del temutissimo muro. Supero i chilometri successivi decorosamente: i più duri sono quelli dal 35.mo al 38.mo.
Mi sto avvicinando al centro di Zurigo; raccolgo le ultime energie e accelero. Sono una delle poche donne italiane in gara, addirittura l'unica della mia categoria. Anche se siamo in pochi e non ci circonda il pubblico festante di New York comincio a sciogliere la mia bandiera: l'ho legata intorno alla vita stamattina. Ho promesso a mia madre che all'arrivo la alzerò alta sopra la testa e non come l'altra volta solo sulle spalle.


Percorro le ultime centinaia di metri con il tricolore; qualcuno mi chiama, mi dice "Forza Italia".
Io sorrido: non importa se sto correndo da sola. Tra il pubblico, da qualche parte, so che c'è mia sorella ad aspettarmi e che dall'Italia mio marito segue il mio tempo sulla apple di Datasport.
Concludo in 4.35.52: miglioro New York, personal best.
Questa volta non c'è gioia, ma tanta soddisfazione di farcela nonostante tutto.
Saprò di lì a poco che la sera prima mia suocera è venuta a mancare e mio marito ha avuto un incidente, per fortuna non grave, e si trova al pronto soccorso.
Il mio cuore a questo punto è già in Italia: non vedo l'ora di rientrare.

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