… E altre storie

sabato 29 ottobre 2016

NON C'E' DUE SENZA TRE, MA ....



Non c'è due senza tre, ma ... "Com'è dura Venezia" parafrasando il titolo di una famosa canzone degli anni sessanta.
Finita, ho conquistato anche questa medaglia.
Non ci credevo molto: perché l’ho preparata in sole otto settimane; perché in questo lasso di tempo mi sono fermata ben due volte causa due cicli di antibiotici; perché vedevo che nonostante gli sforzi qualcosa continuava a non girare nel verso giusto.
Mi dicevo: “Non può andare sempre tutto come programmato” … Però mi dispiaceva. 
Il mio desiderio di perfezione ne soffriva finché ho elaborato che, comunque vada, dovevo partecipare e cercare di divertirmi il più possibile.
E così è stato: lo confermano i miei sorrisi, quelli che mi rimandano le foto ufficiali e che mi vedono impegnata, più o meno sofferente, ma felice di correre e, soprattutto, di arrivare.
Eravamo in sei: alcuni alla prima maratona, altri alla ricerca del personal best ed io che mi domandavo cosa ci facessi in mezzo a loro, i "Runners Disagiati" abituati a correre alle cinque del mattino e a fare tempi che io non posso nemmeno immaginare.
Mi sentivo un po' "Brutto anatroccolo", ma tant'è. 


Mi hanno accolto nel loro gruppo ed insieme abbiamo affrontato il pasta party, la colazione, la trasferta da Mestre a Stra, l'attesa, la consegna delle sacche, i riti pre-partenza... Insieme fino a circa le 09.15 quando ognuno è entrato nella propria gabbia e le nostre strade si sono divise.
Le nostre strade si sono divise e si sono incrociate con altre storie. Ho incontrato Elisabetta che la sera prima, chiuso il negozio a La Spezia, è salita in macchina con il marito ed è arrivata a Mestre a notte inoltrata, ha dormito poche ore ed ora si ritrova sola e con tanta voglia di chiacchierare nella gabbia fucsia per affrontare la sua prima maratona. Le sue tre amiche, con le quali si era allenata durante l'estate, all'ultimo momento hanno dato forfait ... Abbiamo corso dei lunghi tratti insieme, per poi perderci di vista e ritrovarci casualmente a fine gara con la nostra medaglia al collo, provate, ma soddisfatte.
Ho conosciuto Marco che mentre corre non risparmia battute e spiega che quella è la sua 320 ma maratona !!!! Dice che ha cominciato a 19 anni ed oggi ne ha 55: se va avanti così, alla media di quasi 9 maratone all'anno, dove arriverà? 
Compagni occasionali, di un paio di chilometri massimo, con cui dividi un'impressione, una parola che, anche se non te ne rendi conto al momento, ti aiuta ad andare avanti.
Incontri anche lo sbruffone che racconta che il suo massimo lunghissimo in allenamento è stato di 12 km ... e allora tu lo lasci parlare e lo lasci anche, guarda caso, rapidamente alle spalle.
E poi c'è il runner preparato che mentre ti racconta tutta la vicenda del parco S. Giuliano, spiegandoti che là sotto c'è una ex discarica e che proprio lì affronterai una delle salite più impegnative di tutto il percorso, lancia un grido e si ferma in preda ai crampi ...
Storie di runners, storie di gente comune che spesso con un paio di scarpe da corsa ai piedi si trasforma: per tutti domani saranno eroi, magici uomini irraggiungibili che hanno corso per 42 km. e hanno vinto: hanno vinto nella gara quotidiana con loro stessi.
Ed io? Io correvo secondo il mio ritmo. Pensavo a New York nemmeno un anno prima e mentalmente ripassavo i tempi, i parziali, i chilometri corsi e quelli ancora da correre, i chilometri che mi separavano dal prossimo ristoro, la media da tenere.
Numeri e numeri per aiutare la mente perché quando cominci a sbagliare le somme ti accorgi che stai cominciando a cedere e allora raccogli tutte le tue energie e ti concentri sul prossimo ristoro.
Sono arrivata al trentesimo chilometro alla fine del Parco San Giuliano ancora in forze per misurarmi con il temutissimo muro.


Il trentesimo chilometro nella Maratona di Venezia coincide all'incirca con il Ponte della Libertà: un nastro d'asfalto lungo poco più di 4 km. che collega la terra ferma con la laguna. Due strade a doppia corsia, binari ferroviari, piloni e vento ... in lontananza il campanile di San Marco. Per accedervi si oltrepassa una rampa che è una delle poche, ma impegnative salite.
Mentre supero il cavalcavia mi ricordo delle parole del mio allenatore:
"Attenta al ponte: se non perdi la testa, è fatta".
Ho capito subito cosa intendeva.
Imboccato il ponte ho visto diverse persone ferme a combattere contro i crampi e tante che camminavano.
Il primo pensiero è stato: "Cammino così mi riposo un po'".
Quando corro mi concedo qualche passo ai ristori, ma so per esperienza che se si abbandona la corsa per la camminata si spezza il ritmo ed è difficilissimo riprendere.
Tengo duro; senza fretta supero più di qualcuno; conto i chilometri che qui veramente sembrano non passare mai, passo dopo passo; penso alle cose più disparate, ma soprattutto penso che all'arrivo ci sarà Gianni e riprendo a spingere.
Arrivo a Venezia provata: ormai non mi resta che affrontare i quattordici ponti negli ultimi tre chilometri di gara e poi finalmente sarà finita.
Mi do' la carica: il primo ponte, il secondo, il terzo ... ne conto sette, ma potrebbero essere benissimo otto o sei perché la mia testa è ormai stanca.


Ecco il ponte di barche sul Canal Grande che ci porta diritti verso piazza San Marco. Giro della piazza con la gente che applaude e incoraggia; ma io non vedo più niente, voglio solo finire.



Supero anche i ponti mancanti e quando sono in cima all'ultimo sciolgo la bandiera e me la metto sulle spalle. Lo so che siamo in Italia e forse non ha molto senso, ma questa stessa bandiera mi ha accompagnata  a New York il 01 novembre 2015 e a Zurigo il 24 aprile 2016: come poteva mancare questo 23 ottobre a Venezia ?
Mentre impegno la discesa vedo la sagoma di Gianni che si sporge tra la folla.
Lo chiamo.
Ci salutiamo.
Corro felice verso il traguardo: improvvisamente ho fretta di arrivare.


Concludo la mia terza maratona, la più sofferta credo, con un real time di 04.38:26



Quando il volontario mi mette la medaglia al collo, mi scappa anche la lacrima: "Coraggio è finita, brava".
Non è vero che è finita. Dopo i festeggiamenti, le congratulazioni, i commenti, quando rimango da sola cerco di ricostruire la mia gara.
Ripenso ai momenti più difficili, mi dico che posso fare meglio, che c'è ancora da lavorare, ma adesso ho bisogno di riposarmi un po'.
Tre maratone in un anno: chi l'avrebbe mai detto?
"Adesso posso considerarmi una runner?" chiedo al mio allenatore.
"Più che una runner: una maratoneta".

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