… E altre storie

mercoledì 5 aprile 2017

INDIMENTICABILE GERUSALEMME


Eccomi: confusa, ma sicuramente felice, subito dopo aver tagliato il traguardo: telo termico, bottiglia d'acqua, bandiera e medaglia.
E' stata una gara unica, vissuta fino all'ultimo momento come un grande punto interrogativo.
Partita da Trieste con il braccio al collo per cercare di tamponare meglio possibile una tendinopatia calcifica della cuffia dei rotatori, non sapevo se l'avrei corsa, come l'avrei corsa e soprattutto se sarei arrivata il traguardo.
Al briefing pre-gara le notizie non erano molto incoraggianti.
Se chiedevi come fosse il percorso, rispondevano "Duro".
Se domandavi quale fosse il punto più critico, quello che, una volta superato, ti dava la forza per andare avanti, rispondevano "Tutti".
Se cercavi di avere qualche altra notizia, la risposta era: "Considera di metterci sicuramente una mezz'ora in più del tuo tempo normale"
... E per concludere: "Non fatevi illusioni: il 38mo chilometro lo farete tutto camminando e gli ultimi quattro sono i più tosti".

Con queste premesse la mattina del 17 marzo alle 05.45 mi ritrovo nella hall dell'albergo con gli altri del gruppo di Ovunque Running. Ci incamminiamo un po' infreddoliti verso il parco Sacher. Il sole lentamente comincia a riscaldare e noi stemperiamo la tensione chiacchierando: solo pochi tra di noi si avventureranno nella maratona, la maggior parte affronterà i ventun chilometri e qualcuno i dieci.
Dopo circa venti minuti siamo all'ingresso del parco. Sentiamo la musica, gli altoparlanti che invitano gli atleti a suddividersi tra le diverse griglie di partenza, gli elicotteri che girano sopra la nostra testa; vediamo i colori delle maglie di migliaia di runners che si incanalano verso i loro settori,  in quella bellissima baraonda che contraddistingue ogni partenza e l'adrenalina sale.
Cominciano i rituali della preparazione e noi ci ritroviamo in quattro: sono accompagnata da tre runners, tutti con un palmares da paura: Giuseppe, ventiquattro maratone all'attivo; Gigi più di trenta e Gianluca addirittura cento! ... Realizzo che correre a Gerusalemme non è cosa da tutti, ma ormai ci sono e non mollo: devo cercare di portare a casa questa medaglia!
Faccio fatica a mettere a fuoco dove mi trovo e cosa sto facendo, ma cerco di concentrarmi sulla gara. La partenza arriva in un batter d'occhio.
Oggi mentre ripenso al percorso, unico di per sé, rivivo l'atmosfera che si respira in questa città  ricca di più di tremila anni di storia; penso a cosa significa correre in Israele; ai giovani militari con il kalashnikov al collo che hanno piantonato tutto il tragitto.
Diversamente dalle altre maratone, scriverne non mi riesce così facile... E' come se ancora oggi non riuscissi a trasformare le mie emozioni in ricordi.
Parto un po' tesa, curiosa di sapere come avrebbe reagito il mio fisico.


Gianluca e Gigi ci salutano praticamente subito; io e Giuseppe procediamo insieme per alcune centinaia di metri. Quando vedo il pacer delle 4 ore e 45 lo saluto dicendogli: "Io corro con lui".
"Lui" è un ultramaratoneta israeliano che si sta allenando per una 100 km che si terrà in autunno e che poi forse verrà in Italia per partecipare alla maratona di Firenze. Ci scambiamo un paio di battute: nomi, città , gare ... chiacchiere da runners.
Mi  sono affiancata a lui in cerca di un po' di sicurezza: la mia paura è di non reggere fino in fondo senza dolori. In realtà dopo pochi chilometri sento che le gambe vanno e la spalla non disturba; lascio Josef: correrò da sola, come sempre del resto, ma ci ritroveremo più avanti.
I primi dieci chilometri passano rapidi: lunghe salite e lunghe discese che mi fanno pensare "Se continua così è fattibile", ma in realtà già dopo il 12.mo la situazione comincia a diventare più difficile. Giunta in cima alla salita, lo sguardo si appoggia su un interminabile rettilineo a gobba di dromedario all'incontrario. Accuso il colpo e mi concentro sui miei passi quando incrocio Re Giorgio che prosegue in direzione contraria. 
... Sono curiosa di scoprire quanto sarà lunga questa bretella per vedere quanti chilometri di vantaggio ha Calcaterra: il segreto, quando affronti distanze come la maratona, è cercare di tenere sempre la testa impegnata per evitare di perderla e così, pensando al Re del Passatore, mi faccio coraggio e allungo il passo.
(Se non ho sbagliato i calcoli mentre io iniziavo il dodicesimo chilometro, lui finiva il ventesimo!).
La fatica comincia a farsi sentire e l'incognita sul percorso non aiuta. Mi do piccoli obiettivi.
"Devo correre almeno mezza gara senza mai camminare".
Avanti, chilometro dopo chilometro.
Ecco il Monte degli Ulivi: saliamo, giriamo intorno e saliamo di nuovo: ancora una salita, lunghissima. Cerco di resistere, ma prima di raggiungere il diciottesimo chilometro, a un centinaio di metri dal ristoro, cedo ... pochi passi in fondo, ma segno che il tragitto comincia a diventare pesante.
Cammino, bevo e riparto.
Il sole adesso è scomparso e il grigio del cielo contrasta con le pietre gialle di Gerusalemme: potrebbe essere qualsiasi ora, invece presto saranno le nove. Sto correndo da quasi due ore: mi sto avvicinando al passaggio della mezza maratona e sto per calpestare le pietre della città antica.


All'altezza del ventiduesimo chilometro, al culmine di una delle tante salite, varco la porta di Jaffa e entro nella città vecchia: attraverso il quartiere armeno, oltrepasso la via Dolorosa, sfioro il Santo Sepolcro ed il Muro del Pianto per poi uscirne attraverso la porta di Sion.


D'ora in avanti non conterò più le salite: cerco di concentrarmi per arrivare in cima o se la strada è troppo impervia punto al ristoro per concedermi una piccola pausa e ripartire.
Saprò a fine gara che il dislivello è stato di 580 m.


Per fortuna dopo ogni salita c'è una discesa, ma questa alternanza non fa bene alle mie gambe: mano a mano che procedo sento i muscoli dei polpacci tendersi sotto lo sforzo.
Guardo il Garmin: con mia sorpresa mi sto avvicinando al muro del trentesimo chilometro ed un pensiero mi rianima : "Ancora dodici chilometri: se non incappo nei crampi ce la posso fare".


Ed ecco un'altra interminabile bretella d'asfalto. Per un tratto corriamo su delle assi di legno che coprono dei vecchi binari; cominciamo a subire il caldo. Più o meno a questo punto vedo Giuseppe: un rapido saluto, un "Vai" ed uno stimolo a non mollare.
Corro cercando ai lati della strada i cartelloni che indicano i chilometri, iniziando nella mia testa un lunghissimo conto alla rovescia e spiando le facce sofferte dei runners che incrocio: siamo tutti in difficoltà, ma i nostri occhi guardandosi si trasmettono messaggi di incoraggiamento.
32 .... 33 .... 34...
Giro e torno indietro.
35 ... 36 ...
 "Ciao Italia ... Forza!" mi sento chiamare.
" Go! Da dove vieni?" rispondo prima ancora di individuare tra tanti il volto di un bel ragazzo moro.
"Roma"
"Io Trieste"
... Non c'è tempo per aggiungere altro ... proseguiamo in direzioni contrarie e ci allontaniamo rapidamente.
Mancano sei chilometri, ormai è fatta.
37 ... 38 ...
Mi ero dimenticata, concentrata ad ascoltare il mio corpo, del temutissimo 38.mo chilometro anzi,  per essere sincera pensavo che arrivata a questo punto non poteva essere così terribile.
Lo vedo e torno alla realtà.
Improponibile.
L'asfalto si inerpica in una nera salita di cui non si vede la fine.
I runners intorno a me camminano tutti. Dieci metri, forse venti e comincio anch'io a camminare.
Cammino per un chilometro intero, mentre la mia mente elabora i pensieri più disparati per non mollare, per impedirmi di continuare a camminare una volta arrivata in cima.
39 ...
"Vai, ormai è finita sul serio: non sono niente tre chilometri, quante volte li ho corsi per riscaldarmi prima di un allenamento".
Proiettata in avanti verso quel traguardo che non arriva mai sfodero le ultime energie, ma, forse per la prima volta da quando ho iniziato a correre, improvvisamente la mia mente si blocca.
Succede quando entro nel parco: leggo 40,5 km e vedo iniziare un'altra salita.
Lentamente mi spengo. La mente si svuota all'improvviso. La volontà se ne sta andando.
Non faccio in tempo a chiedermi cosa mi sta succedendo che un israeliano mi raggiunge, mi chiama, mi incoraggia: " Non fermarti ora: sei arrivata! Go! Go!"
E' Josef. Il palloncino con la scritta 4.45 è sgonfio per cui non lo riconosco subito. Lo ringrazio con la mano, gli sorrido, faccio alcuni passi, raccolgo le forze e riprendo a correre .
Nella mente un solo pensiero "Ma quando finisce'?".
Corro su quella che ormai è solo una stradina in mezzo agli alberi poi la curva, lo slargo e intravedo la moquette blu del traguardo.
Sfilo il tricolore e me lo metto sulle spalle: ormai è un rito irrinunciabile ... anche in Israele, anche qui dove abbiamo corso scortati dai militari, anche qui dove i Palestinesi combattono contro Israele, contro gli occidentali, contro i turisti, contro la maratona.


Corro, sorrido, corro.



Eccomi finalmente sulla moquette. Cerco tra il pubblico, vedo Gianni che mi sta aspettando. Oltrepasso il traguardo mentre l'altoparlante ripete il mio nome. Ricevo la medaglia e il telo termico.


Anziché cercare l'uscita mi dirigo verso di lui, ma ci sono ben due file di transenne che ci separano. Ci guardiamo, lontani eppure vicini. Gli occhi mi si riempiono di lacrime: gioia, tensione, condivisione, amore.
"Ce l'ho fatta" ripeto più a me stessa.
Lui alza il pugno in segno di solidarietà mentre aggiungo, continuando a sorridere: "Dura, dura, dura".

La classifica mi riporterà un onorevolissimo 150.mo posto su 228 donne al traguardo in 4.56:22.



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